Giustizia

Cantina Colli Zugna, il contadino vuole giustizia a 97 anni

Il caso del vino annacquato alla cantina di Mori è chiuso da anni ma Luigi Dalbosco, alense classe 1929, dopo aver patteggiato ha visto altri colleghi assolti per lo stesso reato. La corte d’appello ha rigettato il suo ricorso ma lui non ha mollato la presa ed è andato fino alla cassazione, nonostante l’età. Anche a Roma, però, hanno detto «no»

di Nicola Guarnieri

ALA. Ha quasi un secolo di vita - ad aprile, per la precisione, soffierà su 97 candeline - ma la voglia di battagliare è quella di un ragazzino. Luigi Dalbosco, alense classe 1929, ha mantenuto intatta nei decenni la tempra del contadino. Tanto da averle provate tutte per dimostrare che lui, con il pastrocchio ormai datato che ha coinvolto la Cantina Colli Zugna di Mori, non c'entra nulla.

In quel caso che fece scalpore - si parlò di vino annacquato, di frode in commercio e il sostituto procuratore Fabrizio De Angelis indagò ben 93 persone, compresi 80 conferitori - furono coinvolti, al di là dei vertici dell'azienda, soprattutto i contadini, ignari di cosa accadesse alle loro uve una volta portate in cantina. La maggior parte, spaventata dai costi del processo e dai tempi della giustizia che non sono mai ristretti, preferirono patteggiare pene minime e uscire metaforicamente dal faldone.

Fece così anche Dalbosco, consapevole di non aver commesso alcun reato ma intenzionato a chiudere lì la vicenda. Il procedimento riferito alla Colli Zugna, però, nel tempo ha preso varie diramazioni tanto che alcuni indagati per il medesimo reato - che non hanno voluto patteggiare ma sono andati a processo - alla fine sono stati assolti dalla corte d'appello di Trento perché «il fatto non costituisce reato».

L'imprenditore agricolo alense, a questo punto, ha voluto rivedere la sua posizione (anche per evitare, in caso di richiesta danni, che la Colli Zugna gli presentasse il conto) e ha impugnato il suo patteggiamento davanti ai giudici di secondo grado di Trieste partendo dal presupposto che identica imputazione era stata contestata anche a due coimputati che, come detto, sono stati assolti dalla corte di appello di Trento.

I due procedimenti, pur di fatto uguali, hanno avuto epiloghi divergenti perché sono stati oggetto di differenti valutazioni da parte di giudici diversi. La difesa di Dalbosco, non a caso, evidenzia che le motivazioni della sentenza assolutoria pronunciata nei confronti degli altri due rappresentano un accertamento di fatto inconciliabile con la sentenza di applicazione della pena a Dalbosco.

La difesa sottolinea ancora che le acquisizioni disposte dal Tribunale e le testimonianze rese hanno rappresentato un «quid novi» rispetto alle precedenti acquisizioni probatorie, fornendo elementi chiarificatori del rapporto che legava la Cantina Mori Colli Zugna ai singoli conferitori e soprattutto il reale coinvolgimento di questi ultimi, elementi che posseggono il requisito della "dimostratività" ai fini dell'accertamento dell'errore giudiziario da rescindere.

Di qui, quindi, la possibilità di impugnare ciò che di suo, in casi normali, non lo sarebbe, il patteggiamento appunto.Il ricorso, però è stato dichiarato inammissibile dai giudici di secondo grado ma l'anziano, anziché evitare altri passaggi e tirare avanti una storia ormai datata, ha voluto continuare la propria battaglia per far valere le proprie ragioni e si è quindi rivolto alla suprema corte di cassazione deducendo violazione di legge e vizio di motivazione.

Peccato che negli anni sono cambiati alcuni passaggi gestionali del tribunale: i giorni di ferie estive dei magistrati sono stati infatti ridotti da 45 a 30 ed il periodo di sospensione feriale dell'attività giudiziaria non va più dall'1 agosto al 15 settembre ma dall'1 al 31 agosto. E il ricorso è stato presentato il 30 settembre, dunque con due settimane di ritardo. Di qui il rigetto con perdite visto che ci sono da pagare anche 3mila euro di spese processuali.

comments powered by Disqus