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Schianto in A22: morirono moglie e cognata

A processo per omicidio stradale

«Ma la mia vita è finita quel giorno»

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«Sono sicuro che c’era quella bottiglietta d’acqua, anche dopo l’incidente chi mi ha soccorso l’ha presa per bagnarmi, perché mi ero ferito. E mi ricordo anche che mia cognata ha tirato fuori una bottiglietta d’acqua. Per il resto, anche io fatico a credere come sia accaduto perché sono sempre stato prudente. Anche quel giorno stavo andando a 120 all’ora ma con un’auto di 3.000 di cilindrata. E è successo quello che è accaduto, a mia moglie e a mia cognata, che non vedevo da così tanto tempo e che era in auto solo perché volevo farle un favore, accompagnare lei e mia moglie a fare spese. Ed è successo. A loro e non a me, anche se io ho sempre tenuto più alla vita di mia moglie che alla mia. Avrei preferito essere morto io. Ma credo di aver fatto il possibile per evitare l’incidente. Ho quasi 2 milioni di chilometri sulle spalle, ho guidato furgoni, camion, auto, non ho mai fatto un incidente. È successo ed è una tragedia. Ma io ho fatto tutto il possibile. Io sono religioso e ho pregato tanto in questo tempo di morire prima di arrivare qui. Perché per me quel che è accaduto è una tragedia e dover anche venire qui... Certo, la giustizia deve fare il suo corso, ma preferirei essere morto».

Non si dà pace Francesco Signoretti, il sessantenne finito a processo per omicidio stradale. Dove non gli si contesta né distrazione, né alta velocità, né tantomeno abuso di qualsivoglia sostanza. No, un banale tamponamento in autostrada che nel marzo 2017 tolse la vita alle due donne che viaggiavano con lui: Rosanna e Catia Riviera, moglie e cognata.

All’udienza di ieri è stato dato spazio alle perizie. Perché il guidatore ha sempre sostenuto di aver frenato prima dell’impatto contro il Tir, fermo sulla corsia di marcia per un cantiere tra i caselli di Rovereto Sud e Ala-Avio, ma senza ricevere risposta dalla macchina. Il processo, comunque, è stato rinviato al 25 febbraio per la discussione e la sentenza.

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