L'inchiesta

Rapina alla villa di Eugenio Gallizioli, gravi indizi inchiodano il capo della banda

Le motivazioni della Cassazione sul no alla richiesta di scarcerazione. L'imprenditore (nella foto) si è costituito parte civile con richiesta di danni materiali e morali per complessivi 400mila euro

IL COLPO Prigioniero per ore e rapinato
VIDEO Il racconto dell'imprenditore 
IL RACCONTO "Uno mi teneva fermo, hanno aperto la cassaforte dopo 4 ore"

 

TRENTO. A pochi giorni dall'udienza che potrebbe chiudere il processo per la rapina alla villa dell'imprenditore Eugenio Gallizioli, la Cassazione ha reso note le motivazioni con cui è stata negata la scarcerazione ad uno degli imputati, Marjan Ndrekaj, considerato il capo. Gli indizi di colpevolezza evidenziati nella sentenza non giocano a favore dell'uomo, che continua a sostenere la propria estraneità ai fatti. Ndrekaj, 45 anni, originario dell'Albania e residente in provincia di Bari, è l'unico del gruppo ad aver chiesto di essere giudicato con rito abbreviato condizionato (i coimputati Arsild Memaj e Klodjan Cesku invece patteggeranno la pena).

Sequestrato per ore e rapinato nella sua casa di Trento sud: indagini in corso

Violenta rapina nella notte tra il 7 e l’8 ottobre in via Falzolgher, nel cuore del capoluogo. Eugenio Gallizioli, noto imprenditore del settore tessile, è stato sorpreso da almeno quattro malviventi che, armati e incappucciati, lo hanno costretto ad aprire la cassaforte di casa (Foto Panato)

Ndrekaj venne arrestato il primo novembre scorso sul lago di Garda, mentre stava trascorrendo qualche giorno di ferie insieme alla famiglia; con lui c'era anche il cugino, indagato a piede libero per la rapina. Il 45enne aveva risposto alle domande del gip e spiegato che la notte in cui era avvenuta la rapina era sì a Trento, ma per fare visita ai parenti. Sottoposto a misura cautelare in carcere, l'imputato si era rivolto prima al tribunale del riesame, poi alla Cassazione sostenendo, tra l'altro, che i «gravi indizi di colpevolezza» per i quali era stata disposta la detenzione in cella avrebbero «natura congetturale» e sarebbero «privi di riscontro anche sul piano logico».

Per la Cassazione, Sezione penale 2 presieduta da Sergio Beltrani, il ricorso va rigettato. Gli indizi di colpevolezza, ritenuti «numerosi e concordanti» dai giudici "Ermellini", sono ricordati nella sentenza: si va dalla presenza dell'indagato a Trento il giorno della rapina all'incontro avvenuto la sera precedente con gli altri due soggetti ora a processo, senza dimenticare i plurimi contratti fra gli indagati. «Dalla lettura dell'ordinanza del tribunale - scrivono gli Ermellini - risulta l'utilizzazione di numerosi e concordanti indizi di colpevolezza, diversi dal contenuto delle conversazioni intercettate: l'analisi dei tabulati telefonici e delle celle agganciate dall'utenza intestata (e in uso) all'indagato; la corrispondenza fisica dell'indagato con la descrizione fornita dalla vittima e con l'immagine fotografica acquisita agli atti; gli spostamenti dalla Puglia a Milano e poi a Trento, luogo della rapina; l'incontro con il coindagato e il rientro nel luogo di residenza».

Anche il cugino, indagato a piede libero per rapina, ha presentato ricorso alla Corte Suprema in merito al decreto di perquisizione (confermato dal tribunale del riesame) e al sequestro probatorio dei beni, ossia denaro, vestiti e un orologio di marca. Per la Cassazione non c'è stata alcuna violazione: perquisizione e sequestro sono scattati, come ha evidenziato lo stesso tribunale, per «accertare se i beni sottoposti a vincolo siano quelli sottratti alla vittima nel corso della rapina, in base a quanto dalla stessa denunciato, e se i capi di abbigliamento corrispondano a quelli indossati da uno dei soggetti ripreso dal sistema di videosorveglianza».

La rapina a casa dell'imprenditore Gallizioli, in via Falzolgher, era avvenuta nella notte tra il 7 e l'8 ottobre 2025. L'accusa per la banda di albanesi è di rapina aggravata in concorso. La vittima, assistita dall'avvocato Andrea de Bertolini, si è costituita parte civile con richiesta di danni materiali e morali per complessivi 400mila euro. Il solo valore del bottino, tra denaro contante, gioielli ed orologi, era stato calcolato in oltre 300mila euro. «Ero da poco andato a dormire e mi sono ritrovato con questa luce addosso, ho capito poi che erano i frontalini - aveva raccontato all'Adige la vittima, all'indomani della rapina - Mi hanno detto di stare tranquillo e di dare a loro tutto quello che avevo, e che in questo modo non sarebbe successo nulla. Mi hanno fatto alzare e mi hanno detto di condurli alla cassaforte». L'imprenditore si era rifiutato di aprirla, perché all'interno, oltre a denaro ed oggetti di valore, c'erano i ricordi del padre. «Mentre uno dei banditi mi ha tenuto fermo - raccontava - Due se sono anche andati e tre quarti d'ora dopo sono tornati con la fiamma ossidrica per aprire la cassaforte: ci sono riusciti dopo 4 ore, attorno alle 6 e mezzo del mattino».

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