Il caso

Trento, anziano muore dopo l'intervento: si indaga su un dispositivo medico

L’ipotesi di un malfunzionamento e la segnalazione dell’Azienda sanitaria dopo l’operazione alla valvola aortica. Aperto un fascicolo per omicidio colposo. Indagati 5 responsabili di aziende di produzione e distribuzione

TRENTO. Cinque responsabili di aziende produttrici e distributrici di dispositivi medici sono indagati dalla procura di Trento per il decesso di un anziano paziente che si era sottoposto ad un intervento di endoprotesi aortica all'ospedale Santa Chiara, nell'agosto 2023. Al centro dell'inchiesta c'è l'operazione alla valvola aortica effettuata da un equipe in laparoscopia per l'inserimento del dispositivo, ma poi proseguita "a cielo aperto" dai chirurghi a causa di un problema nel sistema di rilascio nell'organismo. Nulla viene imputato ai medici del Santa Chiara.

Al centro dell'incidente probatorio, che si è aperto ieri davanti al gip Gianmarco Giua, c'è il funzionamento del dispositivo medico, per accertare se sia stato difettoso. Il paziente, un ottantenne residente in val di Fiemme, si era spento pochi giorni dopo l'operazione. Era stata l'Azienda sanitaria a segnalare il caso alla procura di Trento, che aveva aperto un fascicolo d'ufficio e disposto l'esame autoptico.

Come rilevato dal medico legale nominato dalla procura, non è emersa alcuna ombra nel lavoro dei chirurghi: a difettare potrebbe essere stato il dispositivo, in particolare il sistema di rilascio.La questione appare quindi più ingegneristica e biomedica che prettamente clinica, pur in presenza di un possibile problema di conformazione dell'aorta del paziente. Non è escluso quindi che ci si trovi davanti ad uno dei rarissimi casi registrati fino ad oggi in cui si verificano difficoltà nell'intervento legate alla tipologia della curva dell'aorta.Ieri in aula ha parlato l'ingegnere nominato dal giudice.

L'udienza è stata rinviata per l'estensione dell'incidente probatorio e l'integrazione del contraddittorio. Le difese, respingendo l'ipotesi del difetto di produzione, sostengono che si sia trattato di un errore da parte dell'equipe nell'inserimento del dispositivo, ponendo al perito ulteriori quesiti. Il rinvio è dunque legato ad ulteriori approfondimenti affidati all'esperto. I cinque indagati, due italiani e tre stranieri, sono i responsabili della società produttrice del dispositivo medico (con sede negli Stati Uniti), della società di importazione del prodotto in Europa e di quella che si occupa della distribuzione in Italia. La famiglia del paziente, assistita dall'avvocato Giovanni Rambaldi, sta valutando la possibilità di una causa civile. Nessuna cifra è stata ipotizzata per un eventuale risarcimento: non c'è importo che possa lenire il dolore per la perdita del proprio caro.

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