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Giù la saracinesca al bar Groff: chiusura che segna un'epoca

Aperto nel 1954 da Luigi Groff, un precursore: lì le prime Coca Cola in bottiglia, lì la prima apertura h24 e il distributore di sigarette. Poi la famiglia ha trovato energia per tanti altri locali in città. Ora si chiude, anche a causa dell'aumento della microcriminalità

di Fabio Peterlongo

MANFinisce la storia del Bar Groff di via della Madonna Bianca. Da alcuni giorni un cartello in vetrina annuncia il cambio di gestione: al suo posto aprirà un bar pizzeria ristorante kebab. A guardarlo da fuori potrebbe sembrare un locale come tanti, incastonato in un quartiere nato con l'espansione urbana degli anni Settanta, lungo una strada trafficata di periferia. E il passaggio di consegne potrebbe sembrare ordinario, in una città dove le insegne cambiano e i locali si reinventano di continuo. Eppure, con quella serranda abbassata, si chiude un capitolo della città, forse si chiude un'epoca.

Per decenni il "Groff" è stato un riferimento quasi proverbiale. Era il bar "laggiù", all'estremo sud della città che cresceva, quando tutt'attorno c'erano ancora campi e la strada per Bolzano era l'unico corridoio verso il Brennero. In quella strada carica di camion, il "Groff" era anche l'ultima tappa per chi, la sera tardi o la domenica, cercava un pacchetto di sigarette, un caffè o un punto di ritrovo prima di una gita.

"Andare al Groff" era diventato quasi un modo di dire: indicava un luogo di confine, l'ultima spiaggia del trentino in libera uscita. La storia comincia negli anni Trenta, quando il "patriarca" Giovanni Groff lascia Civezzano e si trasferisce con la famiglia in località Man per coltivare un appezzamento agricolo. Nel dopoguerra il figlio Luigi, reduce dalla Marina, intuisce che quella zona di campagna attraversata dal traffico potrebbe avere un futuro diverso. Il 20 aprile 1954 apre il Bar Stella, poi ribattezzato Bar Groff.

Poco distante, il fratello Lino avvia una rivendita di alimentari: un piccolo nucleo commerciale in un'area che allora era ancora periferia piena, ma già attraversata da un flusso crescente di lavoratori e viaggiatori. La svolta arriva nel 1959, quando il bar decide di restare aperto 24 ore su 24, una scelta inedita per l'epoca.

L'apertura continuata prosegue fino al 1973, interrotta solo nel 1968 dal lutto per la morte della madre di Luigi: il necrologio rimane appeso alla saracinesca fino all'anno dell'austerity, quando le norme impongono la chiusura notturna. Luigi Groff fu un pioniere: nel suo bar fanno la loro comparsa le prime Coca Cola in bottiglia e le macchinette con la mano meccanica che cercava di catturare pacchetti di sigarette. Nel frattempo la città si espande, ingloba Man, e il bar diventa un punto fisso per residenti e viaggiatori, uno di quei luoghi che segnano la geografia di una comunità.

La famiglia cresce insieme all'attività. Jone affianca il padre Luigi fino alla sua morte nel 2001, mentre un altro figlio, Giovanni, apre il Bar Al Marinaio poco distante, proseguendo la tradizione delle aperture prolungate: raggiunge le 50mila ore di apertura continuata dal 2014 al 2020, quando poi la pandemia impone le chiusure. Un ruolo centrale lo assume anche Alida Groff, che con i figli Yuri e Peter aveva dato vita al Pizzorante in Clarina e, negli anni successivi, al Caffè Lodron in centro storico, contribuendo a portare il nome di famiglia oltre la periferia. Nel tempo arrivano anche l'Hotel Il Giardino a Nago, il progetto di Passo San Giovanni e altre iniziative imprenditoriali che consolidano la dinastia Groff nella ristorazione trentina.

All'origine, però, c'era stato il Bar Groff: senza quella prima intuizione, la storia della famiglia e, in un certo senso, della città avrebbe avuto un altro corso. Nonostante il conferimento nel 2023 del riconoscimento di "Bottega storica trentina", gli ultimi anni sono stati difficili per il locale di via della Madonna Bianca, gestito dal 2007 da Roberta Nicolodi, nipote del fondatore. Le spaccate e i furti si sono ripetuti a breve distanza, alimentando un clima di tensione costante.

La titolare, stanca di vivere nell'incertezza e di dover fronteggiare intrusioni sempre più frequenti, ha progressivamente anticipato gli orari di chiusura. Alla fine, la sensazione di non poter più lavorare in condizioni di sicurezza ha probabilmente pesato quanto gli aspetti economici nella decisione di cessare l'attività. Tenere aperto un locale non dipende più solo da clienti e conti, ma dalla possibilità concreta di lavorare senza sentirsi vulnerabili. È un equilibrio sottile, che negli ultimi anni si è incrinato.

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