Chiesa

Sangue a Gaza: la messa “choc” di don Zatelli

A San Carlo, il parroco dialoga con i fedeli, come nel suo stile, riconosciuto dai tanti aficionados che vengono a sentirlo. Alla celebrazione anche tanti bambini. Scuote le coscienze l’immagine cruda della ragazzina mutilata dal missile sparato da un drone

di Luca Marognoli

TRENTO. Carezze e pugni nello stomaco. Don Lino Zatelli, seguitissimo parroco di San Carlo, ti manda a casa dalla messa della domenica con immagini di tenerezza, che sono balsamo per il cuore, e schizzi di orrore, capaci di turbare il sonno. Ci sono gli abbracci ai bambini a scena (leggi messa) aperta, le battute di spirito al sacrestano (“oggi c’è qualcuno che compie gli anni ma non vuole che lo si dica e io non lo dico che oggi Diego compie gli anni, non lo sto facendo”), gli spunti di riflessione che arrivano dal Vangelo, oggi dedicato a “Mammona” (“non è una parolaccia”, sorride, ma la ricchezza idolatrata – spiega – di coloro che comprano con denaro gli indigenti, come racconta la prima lettura del profeta Amos).

Ci sono gli auguri a chi oggi fa festa, come la coppia che festeggia 50 anni di matrimonio: don Lino apre la messa con l’annuncio, asciutto, quasi telegrafico ma caloroso, dell’anniversario dei due sposi seduti nel primo banco, va a stringere loro la mano e a complimentarsi. Ci sono i racconti della grande festa comunitaria del giorno prima: ai bambini seduti al suo fianco (ma ce ne sono altri tre in una panca accanto) arrivano i complimenti per essere qui anche oggi, dopo essere stati protagonisti della gita di sabato al santuario di Pietralba (67 i ragazzi della prima comunione presenti), con i funghi da due chili e più “raccolti in terra nemica”, perché in Alto Adige non può prenderli chi viene senza permesso.

C’è il richiamo dotto al simbolo della pietra, che un tempo era incastonata in ogni altare, in quanto simbolo di stabilità: don Lino racconta l’aneddoto di quel sacerdote malato e fiaccato dal tumore, don Giovanni Battista Fedrizzi (scomparso di recente all'età di 94 anni), che volle portare fin su in montagna nello zaino un pezzo di roccia di sette chili, estraendolo fra la sorpresa di tutti una volta in cima, durante un’escursione culminata in una celebrazione fra i boschi. Qui la messa - chi viene apposta da altre parrocchie, anche da fuori città lo sa bene e gli “aficionados” di don Lino sono parecchi - funziona così: è un momento comunitario in cui il parroco dialoga con i fedeli, con uno stile molto da rito battista: familiare e anticonvenzionale (“stile” inviso ad altri preti trentini, che non risparmiano i loro strali per il parroco di San Carlo).

E quando l’organista accompagna e rincorre le parole del parroco, questa chiesa in Clarina sembra trasformarsi in un tempio gospel. Viene naturale pensare alla scena dei Blues Brothers, con John Belushi che, folgorato dalla predica di James Brown, grida di aver visto la luce.

Luce: ce n’è tanta in San Carlo la domenica. Don Zatelli ti accoglie all’ingresso, in borghese: pantaloni e t-shirt nera, scarpe in tinta lucide: saltella da un banco all’altro, saluta, scambia battute. La messa spesso inizia in ritardo, ma nessuno sembra dispiacersene. L’omelia è breve ma ficcante: “Non devo aggiungere di più”, dice il don, commentando la Parola, che diffonde un invito semplice quanto potente: i poveri non vanno lasciati soli, non vanno considerati altro-da-noi.

Il prete parla liberamente, come raramente avviene in una celebrazione domenicale dove talvolta – inutile nasconderlo - scappa lo sbadiglio più che lo stimolo a riflettere. È una chiesa aperta, mai chiusa su se stessa o impermeabile a ciò che avviene al di fuori delle sue mura. Don Zatelli fa un accenno al rumore degli aerei di Festivolare, si porta i bambini all’altare: fa loro domande, senza autocensure. "Sapete cosa mi hanno chiesto l'altro giorno? Se Gesù era così gentile perché l'hanno ucciso? Pensateci bene, ho risposto. Proprio per quello: chi è gentile dà fastidio, meglio eliminarlo, così poi facciamo quello che vogliamo...".

Poi, d’un tratto, don Lino cambia registro. E fa irrompere la cronaca, cruda e feroce, del sangue che scorre in Palestina. Ai fedeli sorridenti arriva il pugno nella pancia. “Avete visto a Gaza, un drone ha colpito una ragazzina e le ha staccato la testa”, dice guardando i bimbi che lo circondano attorno all’altare. “La testa era da una parte, il busto dall’altra…”. Le facce dei bambini sono attente: lui dice che sono quelli che capiscono di più. I volti dei fedeli scossi.

Non bisogna tacere su nulla, bisogna parlare di tutto, per don Zatelli. Anche se fa male, anche se può far dire a qualcuno, magari a qualche genitore presente, che questa se la poteva risparmiare. Questione di opinioni. Non sono le parole a scioccare, ma il fatto in sè, di cui hanno dato notizia ampiamente stampa e tg. Sentirlo raccontare da un prete in una chiesa fa ancora più effetto perché ci impedisce forse di girare la testa dall’altra parte.

Il pugno nello stomaco è arrivato. Ma la celebrazione prosegue e i ragazzini sull’altare continuano a sorridere, un paio cantano convinti, a squarciagola, quasi a sfidarsi a vicenda.

La messa è finita. A casa ci portiamo un arcobaleno di immagini che va dal giallo caldo del sole al rosso del sangue. Comunque la si pensi, o la si senta, è impossibile restare indifferenti.

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