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Cacciato dalla ex Sloi, riecco

il villaggio di Trento Nord

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Il «problema accampati» all’ex Sloi è stato risolto con il taglio degli alberi e l’abbattimento dei ripari di fortuna? Certamente, sì.

Ad un occhio poco attento, però.

Perché. nella realtà, gli accampamenti si sono spostati solo di qualche metro, al di là della ferrovia del Brennero, sull’area gemella della ex Carbochimica.

Qui «l’umanità vagante» cacciata dal quadrilatero inquinato dal piombo si è coagulata in un altro insediamento, nascosto da tutto e tutti.

A rivelarne la presenza un via vai il cui incremento è stato notato sia dai residenti del Magnete, sia - e non poteva essere altrimenti - da chi frequenta abitualmente negozi e bar a sud del Top Center, fronte via Bolzano.

Noi dell’Adige siamo stati all’interno del «nuovo villaggio»: l’accesso - chiamiamolo così - si trova proprio di fronte al Mediaword. La «porta dell’inferno» è un cancello basso, chiuso da un lucchetto nero; oltrepassarlo è un gioco da ragazzi per chiunque, tanto più per chi è abituato alla vita di strada.

Si entra, ed in pochi metri si è fagocitati da una fitta boscaglia di pioppi, rovi ed acacie. Un mare di spini, foglie e rami che ti avvolge e ti isola completamente dal resto della città, persino dai suoi rumori.

All’inizio non si scorgono presenze. Solamente tubi divelti e rifiuti, abbandonati qui e là nell’erba alta. Occorre districarsi nella vegetazione per duecento metri quando, verso la ferrovia, i piastroni di cemento delle ex attività industriali formano una sorta di radura dove si scopre un accampamento, sorto da poche settimane, proprio nelle ore successive allo sgombero della Sloi.

Un gruppo di tende ben attrezzato e, tutto sommato, dignitosamente pulito: tende disposte sul basamento quasi a formare una piazzetta. Un materasso sopraelevato su dei pallets, fuori da un parallelepidedo di teli, forma l’abitazione più «organizzata» di tutte. A metà mattina un minuscolo cane, rintanato in una borsa, fa da guardia a decine di scodelle e ad un fornelletto.

Non si contano le cose sparse a terra; soprattutto, spiccano i carrelli rotti con il marchio di vicini supermercati. Vengono usati come griglia per cuocere la carne, o semplicemente come portaoggetti mobili. Di uomini, l’altra mattina, non c’era nessuna traccia. Tutte le tende con i giacigli vuoti: solo uno dei senzatetto, con fare molto calmo e persino amichevole nei nostri confronti, stava rientrando scavalcando il cancello su via Bolzano.

Uno dei tanti immigrati dell’est - perlopiù rumeni - presenti in città per sostenersi facendo l’elemosina. Perché - come ci aveva rivelato proprio uno di loro, qualche mese fa - la carità raccolta in Italia consente a interi gruppi famigliari di sopravvivere nel nord della Romania, acquistando capi di bestiame o strumenti agricoli.

Ad alternarsi, a turno, schiere di parenti: prima lo zio, poi il cugino, poi il fratello, in un continuo andirivieni fra i paesi dell’est e le città del Nord Italia.

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