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Dopo la morte del 57enne a Mori: "Altri senzatetto sono a rischio, i posti non bastano"

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 È forte l’onda emotiva della morte per freddo nell’ex macello di Mori stazione del senzatetto di 57 anni.

Una tragedia che ha scosso le coscienze dei roveretani e dei trentini. Che oggi, di fronte alla scoperta che lui era a spasso nel gelo della notte di gennaio anche perché non aveva trovato un posto nei dormitori provinciali, chiedono risposte. Dalla politica, ma anche dalla comunità civile tutta, che non può non essere messa in discussione.

«Di fronte a certe morti - scrive oggi Mario Cossali, già amministratore di Rovereto e presidente dell’Anpi - la domanda che molti si fanno, una domanda peraltro logica e comprensibile, è “Ma il Comune dov’è, ma i servizi sociali dove sono?” L’assessore Previdi e il sindaco Valduga rispondono seriamente nel merito, ma c’è comunque qualcosa che sfugge alla comprensione. Bisogna pensare a qualche maglia che non tiene nella rete delle nostre relazioni. Ci sarebbe da discutere sulla ricorrente delega, esplicita o implicita, alle istituzioni, perché così tutti si sentono a posto, esenti da responsabilità.

Non è certo facile, però sarebbe utile percorrere anche la strada di una maggiore attenzione solidale personale, farsi carico ciascuno di qualcuno. La solitudine è la malattia più grave e si accompagna all’abbandono: chi è morto all’ex macello non era persona sconosciuta, ma era praticamente abbandonato. Non importa quanto fosse difficile seguirlo, ma non l’abbiamo fatto. Non possiamo pensare di risolvere tutto, ogni disagio, con i servizi pubblici, che pure devono essere potenziati e migliorati».


«Purtroppo Rovereto - commenta la consigliere comunale Gloria Canestrini - arriva alla ribalta anche delle cronache nazionali per la vicenda drammatica e forse evitabile del senzatetto ucciso dal gelo. Alcuni testimoni riportano che questa persona senza fissa dimora, vestita in modo inadeguato alla rigide temperature delle settimana scorsa, ha vagato a piedi per alcuni giorni nelle strade cittadine. Nella ricca provincia di Trento un uomo non ha potuto salvarsi per problemi, a quanto pare, di difficoltà burocratica di accesso ai servizi di accoglienza, che vedono alcune decine di persone nelle medesime condizione già in lista di attesa.

Oltretutto una persona malata, dal momento che lo stato etilo cronico è qualificato giuridicamente come una patologia. Ci si chiede anche perché, quanto meno, non sia stato richiesto un ricovero ospedaliero o, se ciò è avvenuto, quale sia stato l’esito. Si chiede ai politici e alle istituzioni che amministrano la nostra città quali siano le soluzioni previste per le persone che si trovano in simili condizioni e se sia stato messo a punto un piano di intervento. A fronte dell’aumentato numero dei senzatetto risulta inaccettabile liquidare il problema, come abbiamo sentito fare più volte, con l’affermazione che si tratta di persone “difficili”, che “rifiutano ogni aiuto” e che “lo vogliono loro”. Salvare una vita, trovare il modo di intervenire rispettosamente ma efficacemente, non è mai un’opzione ma un dovere».

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