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Maestra d'asilo licenziata perché

non voleva indossare la mascherina 

La sua storia online, diventa un simbolo dei no-mask

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Decidere che la mascherina fa male e difendere ad ogni costo il diritto di non indossarla può portare anche al licenziamento. Ne sa qualcosa una maestra d’asilo di Rovereto che in autunno, alla ripresa dell’anno scolastico, ha contestato le disposizioni di sicurezza in materia di Covid, ed ha deciso che lei quel dispositivo di protezione individuale che va sotto il nome di mascherina, e che da quando è scoppiata la pandemia da Coronavirus è compagno obbligato di chiunque lavori a contatto con gli altri, lei l’avrebbe semplicemente lasciato a casa.

«Sono stata un’insegnante di scuola materna da più di vent’anni - racconta la donna nel corso di una videointervista a Byoblu.com - e da più di sei anni sono di ruolo. Ancora in estate ci era stato fatto obbligo di indossare la mascherina, rispettare il distanziamento e controllare che anche i bambini non ci toccassero e non si avvicinassero tra di loro. Al rientro a settembre, la situazione era migliore per i bambini, ma noi insegnanti dovevamo indossare la mascherina per tutto l’orario di lavoro».

Quello che colpisce, nella storia della protagonista è il fatto che da questa decisione, di rifiutare cioè la mascherina sul posto di lavoro, alle effettive conseguenze, sia passato un lungo lasso di tempo, un periodo di zona franca in cui ognuno si faceva gli affari propri.
Riprende l’insegnante: «Ho lavorato per un intero mese senza mai usare la mascherina e senza alcun problema. E anche venendo a contatto con i genitori, nessuno mi ha mai detto niente; le colleghe hanno sostenuto che quello era un problema di cui mi sarei dovuta occupare io, e anche la mia superiore non si è mai lamentata di tutto questo. A fine settembre, improvvisamente, una mamma si è resa conto che ero senza mascherina, e da lì sono partite le contestazioni».

L’iter a questo punto ha seguito la procedura l’obbligo. C’è stata una prima convocazione, la sospensione cautelare e la richiesta di fornire i documenti che giustificassero la scelta di rifiutare la mascherina

«Ho portato le mie motivazioni - riprende la maestra - suffragate da medici illustri come Stefano Montanari e Giuseppe De Donno, secondo cui portare la mascheria diverse ore al giorno crea gravissimi danni alla salute. Poi ho portato le certificazioni di psicologi e pedagogisti che sostengono come interagire con adulti che hanno il viso semicoperto provochi gravi danni ai bambini, sia a livello di linguaggio, che a livello psicologico. Infine ho portato le dichiarazioni di avvocati secondo cui l’obbligo di mascherina va addirittura contro la Costituzione». Tanto zelo non ha però portato ai risultati sperati e, al termine del confronto, anzi dei ripetuti confronti, la donna è stata licenziata perché il rifiuto di indossare la mascherina non era «motivato da legittime ragioni». Veniva inoltre a mancare il «rapporto di fiducia» necessario in un contratto di lavoro.

Da parte del datore di lavoro, ovvero dalla Provincia, emerge che questa vicenda ha seguito diversi passi: dal momento della segnalazione da parte della madre, la maestra è stata convocata più volte per trovare un qualche tipo di compromesso, ma la dipendente ha sempre «reiterato» il suo comportamento, giustificandolo come un diritto inalienabile. «Il problema è di tutta la comunità educante - spiegano in Provincia - e l’uso della mascherina per tutelare la salute è un obbligo, non si può soprassedere».

La vicenda della maestra di Rovereto, è ora al centro dell’attenzione della comunità no-mask. 

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