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Coronavirus: quinta croce

per i frati cappuccini

Morto fra' Emerico Senoner

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All’alba della domenica delle Palme, la domenica «di passione», un’altra croce si è aggiunta sul calvario della comunità dei frati cappuccini trentini. È morto Fra’ Emerico Senoner, 91 anni, storico sacrista della parrocchia di Borgo Santa Caterina. Come tradisce il cognome, fra Emerico (al secolo Giovanni Battista) era di origini altoatesine: era nato il 25 marzo 1929, quarto di otto fratelli, a Santa Caterina Valgardena, dove apprese l’arte scultorea. La vocazione arrivò sulla soglia dei 30 anni, quando venne accolto per il noviziato al convento di Arco, nel 1961: un anno più tardi emise la professione temporanea, mentre l’8 maggio 1965, sempre ad Arco, si consacra con la professione solenne. Non venne però consacrato sacerdote.

Rimase ad Arco fino al 1967, come questuante: sempre a servizio della questua fu poi trasferito a Rovereto. «Più ricercato che cercatore» lo ricorda la biografia della Provincia dei frati, «infatti, molte persone quando non lo vedevano al tempo stabilito presentarsi agli usci delle proprie case, subito chiamavano in convento per accertarsi se stesse bene e sapere il motivo del ritardo. La sagrestia della chiesa di Santa Caterina con la sua presenza era diventata un confessionale laico perché c’era chi chiedeva consiglio, chi portava le proprie pene, chi cercava consolazione e incoraggiamento e chi riceva ammonimenti dati con autentica carità evangelica».
Un atto ormai caduto in disuso, quello della questua, ma che ha permesso negli anni di stringere forti legami con il territorio e con le persone che si incontravano in questi giri oranti di qualche offerta.

Un legame che, fra parole, consigli e aiuti morali e spirituali, diventava anche legame con il divino, «fedele segno della presenza di Dio nella comunità cristiana e religiosa» si scrive ancora sulla sua biografia.
Questo servo buono e fedele sarà consegnato alla terra del cimitero dei cappuccini di Rovereto martedì mattina, nella forma ristretta e privata ormai divenuta ordinaria, in tempi di emergenza coronavirus.

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