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Caffetteria del Mart, inizia l'era Ghezzi

Aperto il bistrot delle stelle:

«Chiunque può gustare il buono»

 

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La nuova caffetteria del Mart è tutta in fermento per rendere il giorno di oggi perfetto. Perché addosso ha gli occhi del mondo dell’arte ma pure dei commercianti e dei roveretani in genere che confidano in questo rilancio «stellato» per far girare l’economia.

Come per l’inaugurazione del Mart, avvenuta ormai quasi vent’anni fa, le aspettative sono altissime. Se a questo si aggiunge che un museo del calibro del polo disegnato dall’archistar Mario Botta non può non avere un bar-ristorante di peso la tensione si giustifica da sola. Anche perché il passato dei locali attigui alle sale espositive è stato turbolento e solo il nuovo corso dell’istituzione culturale - presidente un istrionico esperto d’arte come Vittorio Sgarbi e una caffetteria affidata ad uno chef coccolato dalla guida Michelin come Alfio Ghezzi - ha deciso di alzare l’asticella.

Questa mattina, insomma, è stato aperto al pubblico una sorta di museo nel museo, dove le opere contemporanee si tuffano nell’enogastronomia, arte sopraffina se la si concepisce a dovere.
Il mago, non Depero ma dei fornelli, ieri era dunque una trottola fin dal primo mattino. Perché, appunto, tutto dev’essere perfetto.

«Certo che sono un po’ agitato, è normale. - ammette con la consueta gentilezza Alfio Ghezzi - Ma siamo preparati e pronti, tutti otto, i quattro in cucina e i quattro in sala».

L’inaugurazione? «Dal punto di vista pratico sarà un giorno come gli altri, senza cerimonie particolari ma, semplicemente, si apre».
Chi si aspetta piatti a sorpresa rimarrà deluso. «No, non abbiamo pensato a nulla di diverso da quello che sappiamo fare, piatti della tradizione». Una frase che è tutto fuorché banale, tanto che l’aforisma preferito dal grande cuoco trentino è di Tagore: «In cucina affannandoci dietro all’originalità noi perdiamo di vista il vero che è antico ma sempre nuovo».

Il masterchef di casa nostra proprorrà un locale double face: bistrot di giorno, dining di sera. «È per accontentare tutti». E servirà piatti che si ispirano alle collezioni e alle mostre del Mart facendo leva sugli insegnamenti dei suoi maestri, Gualtiero Marchesi e Andrea Berton.

Lo stesso ristorante-caffetteria è concepito come continuazione del museo, in pratica una sala a se stante dove le opere principali si mangiano ma che ospita gioielli del design italiano e internazionale: la lampada «Luminator» di Luciano Baldessari, la poltroncina «Luisa» e il tavolo «Cavalletto» di Franco Albini, lo sgabello «Mezzadro» e la poltrona «San Luca» di Achille Castiglioni, la sedia «Seconda» e la poltrona «Charlotte» di Mario Botta, le poltroncine «Silver» e «Uragano» e la poltrona «Louisiana» di Vico Magistretti o la «Ghiaccio» di Piero Lissoni.

«Sono davvero felice di essere in un luogo così legato al bello e a ciò che faccio perché solo il respiro di qualche istante in questo spazio basta per farmi sentire in sintonia con il Mart», spiegava tempo fa Ghezzi.

Lo stesso Sgarbi, presentandolo ai commercianti roveretani, l’aveva introdotto a suo modo non evitando di polemizzare con il Muse: «È un’eccellenza della cucina e, non a caso, è al Mart mica al Muse che, al massimo, può essere McDonald».

E proprio Alfio Ghezzi (quello della doppia stella Michelin) si dice orgoglioso di appartenere alla famiglia del Mart: «Per un cuoco trentino venire in questo posto a Rovereto è qualcosa di importante. La struttura che ho a disposizione è fantastica e non solo per la gente ma soprattutto la cucina. È arte, come le pietanze. Penso che per rilanciarsi si debba tener conto di tre parole d’ordine: entusiasmo, apertura, integrazione. È quello che voglio proporre al ristorante dove chiunque potrà mangiare: alla sera ci sarà l’esperienza ma durante la giornata chiunque può sedersi e gustare qualcosa di buono. È per i turisti, per i visitatori del Mart che qui chiudono il cerchio ma anche per i roveretani. Che devono vivere questo posto e il museo come qualcosa di casa, devono sentirsi orgogliosi».

Insomma, inizia l’era Ghezzi, il cuoco delle stelle che, da bando, durerà per i prossimi sei anni e, chissà, magari anche oltre se l’abbinamento arte-cucina funzionerà.

 

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