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Chiusura notturna coatta:

l'autolavaggio Pinguino chiede

100 mila euro di danni

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Il «caso Pinguino» di via Abetone sembrava finalmente chiuso, dopo 16 anni di contenziosi e di residenti esasperati a tal punto da costituire un comitato spontaneo di quartiere contro il rumore dell’impianto. Sotto accusa, ovviamente, sono le ore notturne quando gli automobilisti senza sonno decidono di lavarsi la propria macchina al self service alloggiato tra l’ex statale del Brennero e via Benacense II.

La questione, come detto, va avanti da tempo ma una soluzione non è ancora stata trovata. Anche perché del caso è stato più volte interessato il Tar che ha sconfessato i titolari del «Pinguino». Nulla, però, è cambiato. E così, negli anni, sono fioccate ordinanze sindacali e puntuali ricorsi ai giudici amministrativi promossi dalla società Dicomi, proprietaria dell’impianto e che su quell’azienda ci vive. Un braccio di ferro eterno che ora torna prepotentemente alla ribalta. Perché il comitato dei residenti è tornato a farsi sentire. E a protestare, forte delle firme raccolte in passato e protocollate dall’amministrazione. Il Comune, dal canto suo, fa leva sul divieto di azionare l’impianto di notte ma quell’ordinanza, e le successive diffide, sono ora al vaglio del consiglio di Stato.
Sull’esigenza di mettere la sordina all’autolavaggio, comunque, l’assessore all’ambiente Carlo Plotegher non ha dubbi. Tant’è che a settembre ha adottato un provvedimento, l’ennesimo, di chiusura del «Pinguino» in orario post-vespertino. La società, anche stavolta, ha impugnato il diktat di palazzo Pretorio. Ma avendo interessato della questione praticamente tutti i giudici amministrativi del Bel Paese ha deciso di ricorrere al capo dello Stato chiedendo l’annullamento del divieto di lavorare di notte. E in più ha giocato il jolly, chiedendo al Comune 100 mila euro di risarcimento danni da mancato incasso. Una pretesa che in piazza del Podestà ritengono priva di senso, soprattutto facendo leva sulle sentenze che hanno sempre confermato la validità delle ordinanze antirumore. Il pericolo di dover metter mano al portafoglio, ancorché minimo, comunque rimane. Tant’è che l’amministrazione si è trovata costretta a resistere mettendo ancora una volta la patata bollente in mano agli avvocati.

Il pinguino della discordia, insomma, continua ad essere tale dividendo, di fatto, l’opinione pubblica: da un lato ci sono gli abitanti dal rione che non ne possono più di essere costretti a tenere le finestre chiuse per poter dormire e dall’altro c’è un’azienda che rivendica il diritto di lavorare e di guadagnare per vivere e per mantenere i propri dipendenti. Fino ad oggi, in verità, la giustizia ha sempre dato ragione al Comune che, tra l’altro, può sventolare in faccia a chiunque il regolamento acustico. Che, come ovunque in Italia ma non solo, tutela il diritto al sonno tranquillo dei residenti. Di notte, in altre parole, non si può fare «casino» tra le case. E l’assessore Plotegher, che ha ereditato il bubbone da quando si è insediato a palazzo Pretorio, ha scritto alla Dicomi, proprietaria dell’autolavaggio aperto 24 ore, intimando di rispettare le ordinanze di sordina notturna. E la ditta ha ubbidito, chiudendo l’impianto di nottte, in via cautelativa in attesa del pronunciamento del consiglio di Stato previsto per l’anno prossimo. Ma poi ci ha ripensato e scelto di coinvolgere il presidente Sergio Mattarella e perfino di presentare un conto di 100 mila euro per mancati introiti.

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