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Arcese vuole lasciare il Trentino

«Abbiamo bisogno di più spazio»

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«Questa è l'ennesima goccia che ha fatto traboccare il vaso. E ci ha convinto che non ci sono più le condizioni per avere la sede legale in Trentino». Le parole di Matteo Arcese hanno l'effetto di un terremoto. Arrivate all'indomani della sentenza del giudice del lavoro, che condanna Arcese a pagare un risarcimento pari a 20 mensilità a 29 dei 49 licenziati del 2014, fanno saltare più d'uno sulla sedia. Arcese fuori dal Trentino prima di tutto significa milioni di euro in meno nelle casse pubbliche. Perché i dipendenti non verrebbero toccati: a spostarsi sarebbe solo la sede legale. Che significa foro competente in caso di controversia, ma significa pure luogo in cui si pagano le tasse. Quindi diventa importante capire quali sono i piani dell'azienda. 

Matteo Arcese ribadisce l'ipotesi trasloco. E mentre parla è evidente che non è solo uno scatto d'ira: «L'importante filiale di Milano sarà pronta in estate», spiega. È chiaro che lo alletta la prospettiva di un territorio più facile: «Noi rispettiamo tutte le leggi, ma in Trentino un'azienda è soggetta a controlli più frequenti». Ma, soprattutto, si intravede pure qualche delusione di tipo industriale: «Abbiamo cercato di sensibilizzare. Ma forse per via delle elezioni c'è un certo immobilismo. Potevamo intraprendere un percorso per avere condizioni lavorative migliori. Si è fermato tutto. È una delusione». E qui non parla più di giudici e tribunali. Parla di industria e investimenti.  

Il grosso del suo ragionamento, comunque, verte sulla sentenza. Arrivata venerdì dal giudice Michele Cuccaro. Che - per amore di verità - nell'ambiente giudiziario, è pressoché unanimemente riconosciuto come un giudice serio, rigoroso e rispettoso di tutte le parti. E che per altro non ha nemmeno dato del tutto torto all'azienda. La reintegra dei lavoratori non c'è. E non c'è nemmeno l'avallo della tesi dei ricorrenti, sull'uso di manodopera straniera in luogo di quella italiana. Ma Arcese l'ha vissuta male: «È una sentenza che scontenta tutti. Noi abbiamo seguito un iter, siamo passati da vari livelli di cassa integrazione, che sono stati negli anni sottoscritti da tutti i soggetti preposti, dal ministero ai sindacati, è stata una vertenza gestita in maniera condivisa, abbiamo rispettato i criteri di rotazione della cassa. Abbiamo proposto una riqualificazione dei dipendenti su altre mansioni. Purtroppo la vicenda è stata strumentalizzata per ragioni che non riesco a comprendere. Noi la consideriamo una sconfitta, la cifra è importante, circa due milioni, secondo noi non è dovuta». Ecco perché, dice, pensano al trasloco: «Noi abbiamo sedi e società in altre regioni d'Italia dove la magistratura si pone in modo più equilibrato - rincara la dose -. Per noi non cambia nulla, a livello operativo non c'è differenza, nello spostare la sede legale. Si crede che le imprese stiano in Trentino per i contributi. Non è vero. I contributi sono finiti da decenni. Noi abbiamo avuto l'operazione di lease back, di cui siamo grati, ma che abbiamo saldato. Siamo liberi. Rispettiamo tutte le leggi, ma qui, con istituzioni che funzionano meglio, siamo paradossalmente soggetti a una quantità di controlli che in altre regioni sono meno frequenti».  

I tempi sembrano stretti: «A luglio sarà pronta la nostra importante filiale a Milano. L'unica difficoltà che abbiamo è quella di gestire i passaggi sui libretti dei mezzi. Appena sarà pronta la sede, inizieremo l'iter di trasferimento. Sono sereno, abbiamo segnalato il problema da tempo, c'erano le condizioni per poterlo affrontare». E qui, evidentemente, non parla più di tribunali. E ci si avvicina al nocciolo della questione: «Potevamo qui avviare un percorso che permettesse di lavorare meglio. Si è fermato, è stata una grande delusione». Di più non dice. Ma è noto che a Mori Arcese è stretto. Mesi fa era stato annunciato ai sindacati un piano d'assunzioni per 60 persone (da aggiungere alle 60 assunte recentemente), che però prevedeva il trasloco all'ex Pirelli, di proprietà di Trentino Sviluppo. Serviva un'intesa con l'ente pubblico. L'unica cosa certa è che il trasloco non c'è stato. E forse è qui - più che in tribunale - che è caduta l'ultima goccia.

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