Morti per amianto a Rovereto: si va a processo

Le inchieste sono tre e riguardano due operai della Rheem Radi e uno dell’allora Archifar (poi Lepetit poi Roferm)

Rinvio a giudizio per gli imputati del caso dell’amianto: dovranno dunque affrontare il processo i cinque presunti responsabili delle morti sul lavoro nelle fabbriche della Vallagarina. Se da una parte si tratta di un esito scontato, dopo che la Cassazione nel 2014 aveva deliberato di rifare l’udienza preliminare (una prima sentenza proscioglieva tutti), dall’altra si tratta di aprire uno scenario totalmente nuovo, in cui le morti di tre dipendenti sono correlate alla presenza maledetta dell’amianto. «È un enorme successo - dice l’avvocato di parte civile - perché viene confermato che le ipotesi di reato sono valide, e che ci sono le prove per eventualmente condannare i colpevoli».
 
Quello che è importante, a questo punto, e che si farà un processo pubblico che affronti in maniera chiara ed inequivocabile la relazione tra amianto e morte sul lavoro. Non sarà una passeggiata, perché sono in realtà tre inchieste diverse e poi perché c’è una naturale reticenza a parlare di queste cose. Sono in tanti, nel corso di decenni, ad aver avuto a che fare con l’amianto e questo è un argomento che spaventa, e tanto. A complicare ancora più le cose il fatto che due dei cinque imputati sono cittadini americani e sono irreperibili.
 
Le inchieste sono tre e riguardano due operai della Rheem Radi e uno dell’allora Archifar (poi Lepetit poi Roferm). Per quest’ultimo caso, però, il fascicolo pende in Cassazione. Le morti sospette su cui sta ora procedendo riguardano i due operai della fabbrica di scaldabagni Rheem Radi, due dipendenti che sono morti di mesotelioma pleurico, un particolare tipo di tumore legato all’inalazione di fibre di amianto. I due, secondo la procura, erano stati esposti all’asbesto in fabbrica. 
 
Uno era un esperto in manutenzione, assunto nel ‘53 e che è rimasto esposto al minerale fino al 1988, incaricato di predisporre e sostituire le guarnizioni dei punti di giunzione dei tubi di bruciatori e termoradianti, in tutto decine e decine di guarnizioni da sostituire quando erano usurate. Durante queste operazioni, l’operaio avrebbe inalato le fibre di amianto, che avrebbero causato il mesotelioma che lo ha portato alla morte nel giugno 2010. Un secondo dipendente si occupava invece delle rifiniture, nonché dell’assemblaggio di caldaie, pulizia e smaltatura, e carico e scarico forni. Ha lavorato per la ditta di Rovereto dal ‘78 al 2005 e, appena andato in pensione ha sviluppato i sintomi del meIotelioma, che lo ha portato alla morte nel novembre del 2007: il decorso è stato rapido e devastante.
 
In entrambi i casi l’origine della malattia è da individuare nell’uso dell’amianto, o asbesto che dir si voglia, e questo era stato suffragato dalle perizie del professor Claudio Bianchi, del centro di documentazione sui tumori ambientali di Monfalcone. Per questo si era andati in tribunale ancora nel 2012, quando però era stato deciso il proscioglimento. La sentenza era stata impugnata dalla procura generale, su spinta delle parti civili assistite dagli avvocati Giovanni Guarini e Alessio Giovanazzi, e il tutto era passato in Cassazione, che aveva decretato di ripartire da zero.
 
Ieri è stata stralciata la posizione dei due americani e il giudice ha decretato il rinvio a giudizio per gli altri tre imputati di omicidio colposo. L’appuntamento è il 27 ottobre prossimo.
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