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A teatro e nella vita

con l'estro di Elisa

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Lo spirito libero, creativo ed estremamente espressivo di Elisa Salvini riesce a manifestarsi agli occhi di chi la incontra attraverso i gesti più semplici.
La giovane artista, classe 1994 e cresciuta ad Arco, ha frequentato l’Istituto d’arte «Depero» e successivamente si è diplomata presso la «Scuola di Teatro. Alessandra Galante Garrone» di Bologna, accademia che le ha permesso di ampliare orizzonti e capacità.
Con il suo inseparabile brio, ha allietato la quarantena gardesana mediante un podcast e alcuni sketch ironici. Oggi è pronta per ritornare a insegnare ai bambini la magia della recitazione.

Quando hai sentito il bisogno di intraprendere questo percorso?

«Sono stata sempre estrosa e manuale, portata per ciò che concerne il mondo del teatro. Un giorno ho provato a darmi un’occasione. Mamma è l’artista di famiglia, non nel medesimo ambito. I miei genitori mi hanno da sempre supportata e creduto in me, in questo ambiente purtroppo si incontrano numerose situazioni sgradevoli».

Ricordi il tuo primo spettacolo?

«Come fosse ieri, avevo 16 anni e mi trovavo in scena per il “Mago di Oz”. Su quel palco mi sono resa conto di amare il teatro, lo spettacolo, la recitazione annessa al movimento corporeo.
Su consiglio di Enrico Tavernini, ho fatto il provino per accedere all’accademia di Bologna. Lì, mi sono misurata con l’arte nella sua ampia definizione, ho conosciuto persone straordinarie e avuto una crescita esponenziale.
Ai ragazzi e alle ragazze che vorrebbero intraprendere questo cammino, dico di studiare, perché aiuta a costruire se stessi, non solo a livello formativo. Consente di trovare una personale impostazione, nonostante tutte le difficoltà e gli stili perseguibili».

Quali esperienze hanno arricchito il tuo bagaglio?

«Nel 2015, durante uno spettacolo, ho conosciuto Ornela Marcon, dell’associazione “Luha. Art Survival Kit”. Da allora ne faccio parte per l’organizzazione di eventi culturali e progetti didattici. Ho avuto la possibilità di fare delle vere sperimentazioni e ho imparato ad amare il lavoro con i bambini. Insegno spesso recitazione nelle scuole della zona, oppure mi occupo di narrazione per bambini negli asili e nelle elementari. Ciò che si riesce a creare tra associazioni e volenterosi rappresenta una ventata di aria fresca, è gratificante. Il gioco, unito al teatro, fornisce ai più piccoli le basi per comprendere la condivisione, il rispetto reciproco, lo spazio proprio e altrui, il valore della parola. Assieme a Ornela abbiamo prodotto l’itinerante “Marie e lo Schiaccianoci” mostrato al pubblico nel Natale 2018. Mi piace molto cimentarmi in diversi workshops in giro per l’Italia: un corso sulla narrazione con il “Teatro dell’Orsa” di Reggio Emilia, un workshop con César Brie, di grande impatto per me, fino al più recente fatto con Michael Vogel dei Familie Flöz».

Collabori anche con altre associazioni o enti territoriali?

«Sì, ho cominciato a esibirmi per la “Notte di Fiaba” tre anni fa con Sherlock Holmes. Nei mesi precedenti all’emergenza sanitaria, con “Luha” abbiamo implementato le proposte cinematografiche con “Cantiere Teatro”, una rassegna nata per avvicinare i giovani a un teatro accessibile a tutti. Collaboro con la Mnemoteca del Basso Sarca, raccontando il territorio con le voci di chi lo vive. Nel 2018 abbiamo presentato il docufilm “Femminile plurale. Genealogie” e concluso questo progetto mettendo in scena “La scelta di Andrea”, finanziato dal Piano Giovani. Lo scorso anno con quest’ultimo abbiamo proposto “Gener(E)azioni”, un ciclo di conferenze al Cantiere 26 dedicate alla differenza di genere.
Ho collaborato con la “Compagnia delle Nuvole” per le riprese della webserie “Uno zombie per Amico” dovemi sono divertita tantissimo».

Cosa ne pensi dell’improvvisazione?

«Mi appassiona, ho potuto insegnarne le linee generali a un gruppo di ragazzi che ha avuto una buona crescita grazie a ?ImprovvisaMente?.
Questo laboratorio teatrale ha avuto formule per giovani e per adulti, che hanno saputo avvicinare le tecniche performative alle esperienze professionali della realtà provinciale».

Come è cambiato il tuo lavoro con il coronavirus?

«L’arrivo di questo virus con la corona è riuscito a togliermi ogni cosa: il mio lavoro, le attività, la libertà e l’autonomia. I primi giorni di quarantena sono stati i più difficili, mi sembrava di vivere in un film di fantascienza. Non volevo abbattermi, per fortuna ho un’indole attiva e mi sono messa in moto. Ho pensato a cosa potessi realizzare da casa, per restare connessa con il pubblico attraverso video, sketch e il podcast “La posta del cuore di Elisa”, nato per raccogliere le storie di questo difficile momento grazie a “Rock About Radio”. La difficoltà maggiore si era creata tra le mura di casa, troppo piccola e stretta per me. Mi rendo conto di quante cose siano cambiate, il modo di apprezzare quello che mi circonda che, fino a pochi mesi fa, davo per scontato: il contatto con la natura, le passeggiate, gli amici, persino fare la spesa è sinonimo di libertà».

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

«Nelle scorse settimane ho ripreso a lavorare con “Arco Giovani” nei centri estivi. Ho cominciato la preparazione per la “Notte di Fiaba” e nel tempo libero studio. Mi iscriverò all’università, sento di dover fare un passaggio per me stessa, per sentirmi più completa. Ogni mercoledì alle 20, sui canali di “Rock About Radio” continuerà ad uscire il mio podcast, disponibile sulle piattaforme Spreaker e Spotify dalle 21. A settembre uscirà un nuovo programma di “History Lab”: sarò la conduttrice delle cinque puntate. Continuo dove posso, mandando il curriculum nella speranza di essere la persona adeguata alla richiesta.
Non mollerò mai il teatro: è un infinito arricchimento umano, una continua ricerca che consente di incontrare persone capaci di stimolarsi a vicenda.
Da piccola mi buttavo, ma ho capito che il pragmatismo è essenziale. Creo anche i miei costumi, la manualità e la fantasia sono requisiti insostituibili.
Fare teatro è liberatorio, l’espressione non ha confini e spesso è immediata, nuova. Non ci si può lamentare di vivere emozioni diverse, è un dono che la vita fa per poter essere capita».

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