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La musica di Franco Fornasari

l'ex postino di Arco suona sempre

«Preparo il secondo disco»

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L’arrivo della pensione non è sinonimo di sedentarietà o dolce far nulla, almeno per l’amato postino arcense Franco Fornasari. Originario di Piacenza e cresciuto in un paesino di provincia, si è trasferito vent’anni fa da Imperia ad Arco, portando nell’Alto Garda la passione per la musica e il contatto umano che ha forgiato carattere e scelte di vita, suonando e cantando nelle vie del centro storico. 

Come hai incontrato la musica?
«Ascoltando i Beatles a sette anni, nella stanza di mia sorella. In quinta elementare riuscii a farmi comperare la prima chitarra e dal quel momento non me ne sono più separato. La musica per me non è mai stata un passatempo silenzioso».
Quali attimi porti nel cuore?
«I momenti trascorsi con mio padre prima delle lezioni di chitarra alle 11, ogni domenica. Mi portava a fare colazione in un bar di fronte a un negozio di strumenti e dischi».
Quando hai cominciato a cantare?
«A 13 anni mi sono presentato a un provino, un gruppo di ragazzini di Fiorenzuola stava cercando un cantante. Mi sentivo in soggezione, ero molto timido. Dopo aver cantato un paio di canzoni è esploso l’entusiasmo; così sono entrato ne “Le cellule” suonando a Piacenza, Parma e dintorni».
Come è mutato il rapporto con la musica durante la tua adolescenza?
«Mi iscrissi allo scientifico, sebbene i professori mi consigliarono il conservatorio. L’idea di fare musica classica non mi attirava. Frequentai l’università a Bologna prima di andare a lavorare alle poste. La musica è sempre rimasta in sottofondo: non ci si trovava in discoteca ma nei bar, in mezzo alla natura e nelle osterie sulle note della musica anglo-americana».
E la scrittura?
«Negli anni liceali un compagno più grande scriveva i miei testi, in modo che potessi cantarli. Il primo testo trattava la guerra in Vietnam. Anche mia madre scrisse una canzone per me: “Sono timido ma ti amo”. Lasciata la band per ideologie socio-politiche differenti, tornai presto ad ascoltare rock e musica acustica. Nel ‘79 iniziai a scrivere con più serietà e decisione, sulla scia della protesta bolognese e la vena irriverente, ironica e creativa. Suonai anche per i festival de “L’Unità”».
Quale evento ha portato una scrittura più matura?
«Senz’altro il viaggio fatto a 30 anni in sella alla moto, con tanto di chitarra sulle spalle lungo le strade e i paesaggi francesi. Ha cambiato la mia vita, permettendomi di conoscere mia moglie. Dopo aver vissuto ad Imperia mi resi conto di avere bisogno di un ambiente dove respirare in libertà con la mia famiglia, il mio lavoro e la mia musica, riuscendo a ricavare del tempo senza trascurare le priorità. Dal 1999 Arco è questo per me».
Quando hai sentito l’esigenza di creare un disco?
«È frutto di una sensazione incostante, a tratti sofferente. Ho raccolto 16 testi privi di una tematica coesa, ma scelti tra i preferiti di mia moglie, un male incurabile l’ha portata via qualche anno fa. Il progetto nato con Marco Sirio Pivetti è stato spontaneo, tanto che sono riuscito a ritrovare delle aggiunte elettroniche degli anni Ottanta. Inizialmente avevo ipotizzato un disco acustico, poi ho optato per la naturalezza pubblicandolo nel 2018 alla “Festa della Musica” di Arco, con la copertina realizzata da Alessandro Quaglia».
Come sei riuscito a combaciare passione e lavoro?
«È stato un saliscendi, giornate in cui suonavo tanto e altre meno. Ho avuto l’occasione di conoscere molte persone, hanno alimentato curiosità e ispirazione. Quando suono la chitarra mi lascio trasportare, le mie melodie spesso e volentieri nascono per caso. Mi piace collaborare e suonare con gli altri, mi è sufficiente uno sguardo per capire se instaurare un legame d’amicizia e fiducia reciproca. Molti ragazzi sono rapiti dal mio microfono: non gli si darebbe due lire, eppure ha un valore affettivo inestimabile ed è un pezzo storico degli anni Sessanta».
Continuerai a suonare, ora, da pensionato?
«Assolutamente sì. Ho intenzione di pubblicare un secondo disco attraverso gli stimoli nuovi e una visione più chiara e definita. Nei locali è necessario farsi sentire, per coprire le voci. In strada invece siamo noi musicisti ad ascoltare e riprodurre ciò che sentiamo».

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