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Viaggio di laurea tra i rifugiati

sul van sistemato con il papà

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Uno spirito libero. Il rivano Lorenzo Albertini ha trasformato la tipica vacanza da laureati in un interscambio culturale: ai primi di aprile partirà solo a bordo del suo van per arrivare in un campo profughi bosniaco. Un vero e proprio progetto solidale che ha messo in contatto il venticinquenne di Riva, laureatosi alla magistrale di geologia dell’Università di Padova, dopo una tesi sulle alluvioni nel deserto del Cile, con l’associazione veronese «One bridge to Idomeni». Lorenzo guiderà per mille chilometri fino raggiungere il campo rifugiati di Ûsivak, vicino a Sarajevo, nel quale sosterà un mese per documentare e dare voce a chi voce non ha.

Quando è nata l’idea di acquistare un camper per viaggiare?

«Ho sempre viaggiato con la mia famiglia, i posti migliori sicuramente le isole Greche e Capo Nord. Nel 2016, per un desiderio che accomuna me e papà, abbiamo deciso di comperare un furgone commerciale. Inizialmente mi limitavo a collaborare con lui nella riparazione, essendo proprietario di un’officina meccanica. Si è creato nei mesi un legame profondo, dal divertimento abbiamo avviato una sfida con noi stessi: costruire qualcosa di reale e confortevole per il viaggio. Abbiamo installato i pannelli solari sul tetto, due bombole per cucina e riscaldamento, due batterie, frigo, bagno e cuccetta, nonché le ruote da fuoristrada».

Da cosa nasce “Azimut Project”?

«Azimut, il nome del van, è il termine arabo che indica l’angolo tra due direzioni. Seguendo il consiglio di un’amica ho contattato l’associazione. Curo molto l’organizzazione di un viaggio, percorrerò la tratta in un giorno e mezzo, fino al campo profughi bosniaco. Ho ricevuto impulsi diversi in questi anni ed ho imparato quanto conti il percorso che porta ad un obiettivo, saper progettare per arrivare».  

Perché la scelta di documentare ciò che vedrai?

«Attraverso scatti e un documentario mi piacerebbe smuovere le persone, spingerle ad informarsi. Se la comunità è interessata il 23 marzo al “Cantiere 26” alle 16.30 terrò una presentazione e i partecipanti potranno contribuire portando sacchi a pelo, coperte, tende o scarponi. Al mio ritorno, racconterò il vissuto tramite un documentario pre e post viaggio».

Quale riscontro hai avuto dalle persone che ti stanno seguendo?

«Ho ricevuto tante domande mosse dalla curiosità, in molti mi dicono “non capisco cosa fai, ma ti ammiro”. Ho alcune sfide con gli amici: dire una frase in bosniaco ogni giorno, scrivere i miei pensieri in una scatola, mangiare pistacchi, non scordare il diesel, imparare delle attività ricreative per adulti e, tra le più assurde, fare slackline tra due Stati».

Cosa significa questo viaggio per te?

«Mi piace ritagliarmi dei momenti miei, sentire il bisogno di stare da solo. Ho un po’ di timore, ma questo passo rappresenta un’ulteriore tappa per lo stile di vita che ho cominciato a percorrere. L’obiettivo? Regalare un sorriso, un messaggio di speranza concreta. Viaggiare mi ha insegnato a confidare nelle persone. Mi sento appagato se trovo un posticino che mai avrei immaginato di scovare. Sarà una forte esperienza, incontrare nuove persone è stimolante e fa sentire utili. La mia motivazione è solida ed è fondamentale per essere differenti».

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