La storia

La nuova vita di Margherita dopo il trapianto di cuore: “Grata per per sempre al mio donatore”

A un anno dall'operazione, la signora Valentini si racconta: “Il cuore nuovo batteva forte, lo sentivo regolare e vivace. Grazie a tutti coloro che mi hanno accompagnata in questo viaggio verso il futuro”

di Fabrizio Brida

DARDINE. È passato poco più di un anno da quel 26 gennaio 2025. Una data che a Margherita Valentini, 64enne di Dardine ed ex insegnante di scuola materna, resterà per sempre nel cuore. Nel suo "nuovo" cuore. Sì, perché alla fine di gennaio dello scorso anno ha ricevuto in dono una nuova vita.

«Ero in ospedale dal 6 novembre. Da tempo avevo problemi di aritmie e cardiomiopatia dilatativa, dal '98 avevo il defibrillatore impiantabile che sosteneva il mio cuore, ma ormai non bastava più - racconta Margherita -. Da febbraio avevo cominciato terapie in ospedale e tutti gli esami (incredibile quanti, 42 tra visite e ricoveri) utili per entrare in lista trapianto a Verona, nel reparto di cardiochirurgia dove sono stata accolta con professionalità dal dottor San Biagio».

Il tempo passava lento e Margherita si sentiva ogni giorno più stanca. Ormai faticava a fare qualsiasi cosa. «A novembre anche i polmoni iniziarono a soffrire per il poco ossigeno che ricevevano, il battito era debole e totalmente elettrico - ricorda -. I miei cardiologi del Santa Chiara, il dottor Marini e il dottor Moretti, mi facevano sentire in ottime mani. Del periodo del mio ricovero, nella stanza numero 5, ho ricordi contrastanti: paura, incertezza, amicizia e affetto profondo. Per 56 giorni sono rimasta attaccata alla flebo di inotropo, indispensabile per sostenere la funzione cardiaca».

Gli infermieri e le oss la riempivano di coccole e di attenzioni. Il marito, i figli e tutta la famiglia erano sempre presenti. E poi sono nate amicizie sincere. «34 persone sono passate in quella stanza a quattro letti. Fra i tanti ricordo Gianmario, Stefano, Rita, nonno Bepi. I momenti più belli erano quando riuscivo a vedere i miei adorati nipotini, abbracciarli, sentire la loro voce, annusare il loro profumo e sperare di esserci per loro. Ho trascorso in quel letto uno dei Natali più ricchi d'affetto che una persona possa immaginare».

Arriva quindi il 25 gennaio, un giorno (apparentemente) come gli altri. «Alle 16.30 sono entrate le dottoresse Conci e Saltori. La prima, con la sua voce dolce, mi dice: "Belle notizie Margherita, c'è un cuore per lei". Ero senza respiro e senza parole, poi mi è esplosa la gioia nel petto e ho cominciato a piangere. Mio marito e i miei figli increduli e felici si sono precipitati a salutarmi prima del viaggio più importante della mia vita».

Tra lacrime di felicità e abbracci da parte di tutti, Margherita Valentini sale a bordo dell'ambulanza che l'avrebbe portata all'ospedale di Borgo Trento a Verona. A mezzanotte saluta i suoi cari con la paura che possa essere l'ultima volta, ma con un coraggioso sorriso sulle labbra, e si affida all'equipe di trapianto capeggiata dal professor Onorati. A mezzogiorno del 26 gennaio l'operazione è finita, Margherita si sveglia il giorno dopo intubata. La vicinanza della sua famiglia la fa sentire "a casa".

«Il cuore nuovo batteva forte, lo sentivo nel petto e sulla schiena regolare e vivace. Il mio pensiero correva a chi me lo aveva donato, di cui non sapevo e non so nulla - spiega -. Speravo solo che il dolore dei familiari fosse un po' mitigato sapendo che una parte, o più, di lui o lei è tornata a vivere e a dare speranza ad altre persone. Proprio perché era un dono sincero da uno sconosciuto lo sentivo mio, lo accarezzavo con lo sguardo, con la mano appoggiata seguivo il suo ritmo e promettevo al mio donatore che avrei donato al nostro cuore ogni gioia dei miei giorni futuri, ogni paesaggio della mia Val di Non, ogni abbraccio e ogni bacio».

La strada nei mesi trascorsi a volte è stata dura, non sono mancati imprevisti e difficoltà. «Ma un anno è trascorso, e solo chi la vita ha rischiato di perderla può sapere quanto sia lungo un anno, quanta tenerezza, quante conquiste, quanto amore e quanto dolore possa contenere. Grazie a tutti coloro che mi hanno accompagnata in questo viaggio verso il futuro. E un grazie infinito al mio donatore, del quale ho in testa un'immagine che mai saprò se è reale, che sono certa amasse i cani e i dolci, e che ricordo con la prima parte della canzone "La locomotiva" di Guccini, che dice "Non so che viso avesse, neppure come si chiamava, con che voce parlasse, con quale voce poi cantava, quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli. Ma nella fantasia ho l'immagine sua, gli eroi son tutti giovani e belli, gli eroi son tutti giovani e belli"».

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