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Achille Serra ha sconfitto il virus

«Ho avuto paura, ora a casa»

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«Sto aspettando che arrivi l’ambulanza per riportarmi a casa. Il peggio è passato».

Mancano pochi minuti a mezzogiorno quando Achille Serra, noto titolare del Bar Carolina di Vermiglio, risponde al telefono. Sta per lasciare l’ospedale di Arco, dove si trovava ricoverato da oltre due settimane. Serra, classe 1959, organizzatore della storica Festa della Fratellanza di Passo Paradiso e proprietario del Museo della Guerra Bianca - eredità dell’instancabile lavoro di catalogazione e raccolta di cimeli e documenti avviato dal padre, il cavalier Emilio Serra - ha appena vinto la sua battaglia più importante: quella contro il Coronavirus. Un percorso non facile, in cui umanità e speranza non sono mai venute meno.  

Serra, intanto come sta?

«Sto bene, dovrò stare ancora un quindicina di giorni in quarantena, ma torno a casa, a Vermiglio».

Da quanto si trova in ospedale?

«Saranno diciotto giorni. Io, in vita mia, non avevo mai preso nemmeno l’influenza».

Questa volta, invece, ha iniziato a stare male.

«Sì, ho avuto 2-3 giorni di febbre, non alta, intorno a 37-37,5. E allora ho deciso di chiamare il mio medico, perché sentivo poco fiato e ero debole. A quel punto ho sentito il mio medico: dopo due giorni mi hanno fatto il tampone e sono risultato positivo».

E poi è arrivato il ricovero.

«Il giorno dopo il tampone il mio medico Gianni Carolli mi ha chiamato e mi ha detto: “Faccio venire l’ambulanza e ti portiamo all’ospedale di Arco”».

Immaginiamo la sua preoccupazione.

«I primi giorni di ospedale non pensavo ad una situazione critica, ma poi mi sono reso conto».

Difficile tenere i nervi saldi.

«Certo, avere paura, essere preoccupati, è normale. Per cinque giorni ho avuto bisogno dell’ossigeno, con la maschera. Poi sono passato al reparto, in una stanza, insieme ad Andrea, di Brescia e lì ho avuto due o tre giorni con la cannula di ossigeno nel naso. Poi mi hanno tolto anche quella. E da tre giorni sono qui che mangio e sto bene».

Per fortuna il suo quadro clinico non è peggiorato.

«Proprio questa mattina (ieri ndr) il dottore mi ha detto che i primi due - tre giorni pensavano di  mettermi in rianimazione. Ma hanno atteso la serata e, in effetti, ho avuto un piccolo miglioramento. Il giorno dopo, allora, i medici mi hanno proposto una cura sperimentale».

E lei ha accettato?

«Ci ho pensato, ho parlato con la mia famiglia e ho accettato. Da quel momento è stato sempre un continuo miglioramento, fino alla guarigione. E così oggi (ieri) posso tornare finalmente a casa».

Ora che il peggio è passato, cosa le rimane di questa esperienza?

«È stata un po’ drammatica, non c’è da discutere. Ma nello stesso tempo, penso che prima c’è stato uno spazio di paura, il non stare bene e, dopo alcuni giorni, il percorso che mi ha portato alla guarigione. Sicuramente ci penserò a lungo».

A pesare, per i malati di Covid 19, è spesso anche la solitudine, l’impossibilità di vedere i propri cari.

«I primi giorni, quando avevo l’ossigeno, ero di fronte ad un mio paesano e per fortuna abbiamo potuto parlare, per quel poco che si riusciva. Ci siamo un po’ confortati. Ora, invece, ero in stanza con Andrea, che potrà tornare a casa fra alcuni giorni. Sicuramente non potrò dimenticare questi momenti».

Nel messaggio che ha scritto agli amici, ai suoi paesani, lei ha rivolto un pensiero particolare al personale sanitario.

«Tutte persone eccezionali, degli angeli custodi. Il medico, stamattina (ieri ndr), quando ci ha comunicato che potevamo andare a casa, ci ha detto: “Ragazzi, siete la mia gioia”, era davvero felice per il nostro recupero».

Medicina e grande umanità.

«Sì, voglio ringraziare davvero tutti all’ospedale civile di Arco: le infermiere, i medici, il resto del personale. E voglio fare gli auguri ai vermigliani in cura e a tutti i malati. Io mi sono sentito sempre in buone mani».

La sua è una storia che dà speranza.

«Sì, io sono guarito. E spero che in due o tre mesi, se tutti rispettano le indicazioni, se restano a casa e tutti fanno la loro parte, si potrà tornare alla normalità».

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