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Mezzacorona, ecco le accuse

della Procura di Trento

che hanno portato al sequestro

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Sono trascorsi quasi 20 anni, ma l'ombra lunga della mafia sui vigneti acquistati dal gruppo Mezzacorona in Sicilia non si è ancora dissolta. Neppure è venuto meno l'interesse della procura di Trento che ha chiesto e ottenuto dal giudice Marco La Ganga il sequestro di due tenute agricole a Sambuca di Sicilia (Agrigento) e ad Acate (Ragusa): 900 ettari di pregiati vigneti più numerosi fabbricati per un valore di oltre 70 milioni di euro. Il provvedimento cautelare - richiesto dal procuratore capo Sandro Raimondi e dai sostituti Carmine Russo e Davide Ognibene - è stato eseguito dagli uomini del Nucleo di polizia economica e finanziaria della Guardia di Finanza di Trento. Le accuse ipotizzate a carico dei quattro indagati - tra cui l'attuale presidente del gruppo di Mezzacorona Luca Rigotti e l'ex amministratore delegato Fabio Rizzoli - sono di riciclaggio con l'aggravante di aver agevolato l'organizzazione mafiosa Cosa Nostra. Accusa - è bene sottolinearlo - respinta con decisione dagli indagati e dall'intero Gruppo Mezzacorona.

I terreni in Sicilia. 

Due sono i capi di imputazione relativi ad altrettante transazioni immobiliari. Nel febbraio del 2001 il Gruppo attraverso la controllata Silene srl acquistò 255 ettari più cantina a Sambuca dalla società Agro Invest sas di Gian Luigi Caradonna (ora indagato). Per «Feudo Arancio» vennero sborsati dal colosso vitivinicolo trentino 13 miliardi delle vecchie lire. Nel maggio 2003 scattò una seconda acquisizione: attraverso la Villa Albius srl venne rilevata, dalla G&G (i cui soci unici erano gli attuali indagati siciliani), un'azienda agricola di 621 ettari ad Acate al prezzo di circa 21 miliardi di lire. Sin qui saremmo di fronte ad un normale investimento se non fosse che la Agro Invest faceva capo ad un nipote di Nino Salvo, uno degli esattori di Salemi, arrestato con il cugino Ignazio nel 1984 con l'accusa di associazione mafiosa dal giudice Giovanni Falcone. Ebbero entrambi vita breve: Nino morì prima del processo, mentre il cugino Ignazio fu condannato in primo e secondo grado e poi - era il 17 settembre 1992 - venne ucciso in un agguato mafioso. Ma che c'entra tutto ciò con Mezzacorona? Sin qui nulla. In Sicilia il gruppo trentino arrivò ben 10 anni dopo. Ma secondo gli inquirenti i terreni rimasero nella disponibilità della famiglia Salvo attraverso Gian Luigi Caradonna e Giuseppe Miragioglio (ora indagati).

L'ipotesi di riciclaggio.

Secondo la procura di Trento, le due acquisizioni immobiliari portarono nelle casse degli eredi Salvo denaro "pulito" proveniente dalle banche di fiducia del Gruppo Mezzacorona. Denaro - sottolinea il giudice nel decreto di sequestro - «di cui si perdono le tracce immediatamente dopo il pagamento». In tal modo «veniva realizzato lo scambio terreni-denaro tali da sottrarre i beni immobili e possibili (ma dopo l'evolversi degli eventi sarebbe meglio dire "probabili") interventi dell'autorità giudiziaria, sostituendoli con denaro contante facilmente occultabile, ma ancor più agevolmente a sua volta riciclabile».
Un affare «spregiudicato».

Secondo l'accusa, il Gruppo Mezzacorona era consapevole dell'origine dei terreni acquistati. Scrive il giudice: «Tali connotazioni di provenienza criminale dei fondi e di attuale gestione degli stessi da parte di soggetti inseriti nella locale famiglia mafiosa o ad esssa contigui, di comune dominio, non potevano certamente sfuggire ai vertici del Gruppo Mezzacorona, in particolare a Fabio Rizzoli e Luca Rigotti, autori materiali dell'operazione di acquisito». Un'operazione commerciale che il giudice definisce «spregiudicata». Un'operazione che - al contrario - secondo Mezzacorona sottrasse in modo lecito terreni alla mafia dando lavoro e dignità a chi oggi coltiva quei vigneti.

Paolo Borrometi, giornalista che da cinque anni vive sotto scorta dopo avere ricevuto minacce e subito attentati, nel suo libro - «Un morto ogni tanto», aveva dedicato un capitolo proprio all'acquisizione dei terreni vitivinicoli di Feudo Arancia. Sul suo blog "La Spia", ieri ha dato conto dei risultati dell'indagine condotta dalla procura di Trento e del sequestro: «Chi scrive ha dedicato un intero capitolo, nel libro "Un morto ogni tanto", ricostruendo le compravendite e le parole dei collaboratori di Giustizia (che riguardavano, fra gli altri, Fabio Rizzoli), oggi la notizia che lo Stato, con l'operazione della Procura di Trento, guidata dal Procuratore Sandro Raimondi, e della Finanza trentina ha fatto chiarezza».

Borrometi, che fra l'altro è autore del libro dedicato ad Antonio Megalizzi, sul suo profilo social ha scritto: «Qualche giorno dopo la pubblicazione del mio libro "Un morto ogni tanto", uno dei magistrati più illuminati di questo Paese mi disse questa frase: "Ti prenderanno per pazzo, ma poi capiranno che avevi ragione. Tu non arrenderti, anche se sarà durissima".Durissima, sì. Non pensavo fino a tal punto. Questo libro mi è costata tanta, tantissima, sofferenza, e non parlo solo delle minacce, della paura, ma anche della delegittimazione che molti "colletti bianchi" hanno fatto nei miei confronti. Persone che da lupi si travestivano in agnellini». Ma Borrometi, secondo la procura di Trento, non si sbagliava. «Nel libro - dice - avevo ricostruito nei minimi dettagli la provenienza mafiosa di quei Feudi».

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