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Maxi-frode sul vino contraffatto

la Guardia di Finanza acquisisce

documenti anche a cantina La Vis

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La maxi-operazione dei Carabinieri e della Guardia di Finanza nell’Oltrepò Pavese, che ha portato a cinque arresti per un nuovo presunto scandalo sul vino contraffatto, si estende anche al Trentino, dove le Fiamme Gialle hanno perquisito questa mattina la cantina La Vis Valle di Cembra, dove sono stati acquisiti documenti contabili. La cantina non è implicata nell’inchiesta e non ha ricevuto alcun addebito, ma sotto la lente degli inquirenti ci sarebbe l’acquisto - nel 2018 - di migliaia di litri di vino dalla Cantina Sociale di Canneto Pavese finita sotto indagine per associazione a delinquere finalizzata alla contraffazione di prodotti agroalimentari. L’acquisizione di documenti è volta a stabilire se la cantina La Vis fosse a sua volta vittima della truffa. La sede di Lavis avrebbe inoltre in passato affittato alla cantina del Pavese degli spazi propri per lo stoccaggio di vini sfusi.


L'INCHIESTA NEL PAVESE - Secondo le accuse, gli arrestati avrebbero spacciato per Doc e Igt vini di qualità inferiore, prodotti con uve non certificate come biologiche o addizionati con aromi o anidride carbonica. Perquisizioni sono state effettuate - oltre che a Lavis - in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna.

I provvedimenti emessi dalla Procura (5 arresti e 2 obblighi di firma) riguardano titolari di aziende vinicole e cantine sociali, ritenuti responsabili a vario titolo e in concorso tra loro di associazione a delinquere finalizzata alla frode in commercio e contraffazione di indicazioni geografiche o denominazione di origine di prodotti alimentari.

Al centro dell’indagine figurano in particolare i vertici di una cantina oltrepadana, che, secondo l’accusa, con la complicità di enologi di fiducia avrebbero messo in commercio vino contraffatto per quantità, qualità e origine attraverso un sofisticato sistema di alterazione.

Secondo l’accusa, per produrre falso vino con marchio Doc, Igt o Bio, non esitavano anche a «miscelarlo» con acqua, zucchero (per aumentare la gradazione alcolica) e anidride carbonica (per renderlo più effervescente).

La misura degli arresti domiciliari è stata disposta per: Alberto Carini, 46 anni, presidente della Cantina Sociale di Canneto Pavese (Pavia), Carla Colombi, 65 anni, stretta collaboratrice del presidente, Aldo Venco e Massimo Caprioli, enologi, e Claudio Rampini, 63 anni, mediatore vitivinicolo. L'obbligo di firma è stato disposto per due produttori della zona, che avevano rapporti con la Cantina.

Dall’inchiesta, avviata nel settembre 2018, erano emersi consistenti ammanchi di cantina: ossia la differenza tra la quantità fisica di vino presente nelle cisterne e quella commerciale riportata nei registri (che era decisamente superiore). «L’ammanco, risultato pari a circa 1.200.000 litri - sottolinea un comunicato congiunto di Procura, Carabinieri e Guardia di Finanza -, ha determinato per il produttore una ulteriore possibilità di vendita di vino contraffatto per un valore economico di svariati milioni di euro. L’ammanco è stato dolosamente creato falsificando le rese dell’uva per ettaro mediante bolle di consegna relative ad uve mai conferite in azienda da agricoltori compiacenti».
In pratica per soddisfare la richiesta del mercato di vini di qualità, secondo l’accusa venivano prodotti con alterazioni e sofisticazioni non dannosi per la salute ma comunque assolutamente vietate dalla legge.

«Purtroppo è doloroso constatare - ha aggiunto il procuratore Giorgio Reposo - che a distanza di pochi anni dalla precedente indagine sui falsi vini Doc in Oltrepò Pavese che aveva coinvolto circa 200 persone, quella lezione non è servita». All’inchiesta ha collaborato anche l’ispettorato per la repressione delle frodi del ministero delle Politiche Agricole.

Sei anni fa, nel 2014, un’altra inchiesta aveva coinvolto altri produttori vinicoli dell’Oltrepò pavese, accusati di non aver rispettato i canoni dei marchi Doc e Igt in particolare per il Pinot Grigio.

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