Il figlio del «Nene» vola in tutto il mondo

Da carbonaio a leader della logistica del trasporto merci alla Malpensa. La storia di Aldo Nicolini

di Giuliano Beltrami

«No, non voglio interviste! Non mi piace comparire». Questa frase Aldo Nicolini ce la disse la prima volta la bellezza di quattro anni fa. Tanto ci è voluto per scucirgli il racconto della sua vita, che non è una vita semplice e tranquilla, altrimenti non avremmo sentito il bisogno di scriverla. Ancora ieri, al telefono, si schermiva con quella sua parlata lenta, nel dialetto daonese che non ha mai abbandonato, nonostante sia a Milano da una cinquantina d'anni: «Te tiro ?l col se te scrive». 

È del 1949 Aldo, e nemmeno la sua famiglia è anonima. Basti pensare al papà, il leggendario Nene della Val Daone, l'ultimo ad accoppare l'orso in valle, nel '54, col fucile, non col veleno: impresa compiuta nonostante avesse un braccio solo; l'altro lo aveva perso dieci anni prima mentre andava a caccia, ed eran tempi di guerra, in cui nemmeno i medici badavano troppo alle raffinatezze. Si tagliava e via. Sotto un altro. A quattordici anni Aldo viene caricato sul camion dell'Elio e del Renato di Agrone, che, accomunati da un tragico destino, sarebbero rimasti sepolti dalla segatura. E proprio la segatura insacchettava l'Aldo, in un magazzino, a Milano. «Dormivamo in una baracca - ricorda - e ci lavavamo in un fusto di quelli da due quintali dell'olio. Accendevamo il fuoco per scaldarci».

Secondo mestiere, sempre a Milano: portare il carbone nelle case di ringhiera con la bicicletta con la cassa davanti. Che l'Aldo ha ancora, in valle, perché è ancorato, anzi, di più, piantato con i piedi nella sua terra, anche se ci viene il fine settimana, e non sempre. Piantato nella sua terra, nella storia, nelle tradizioni. 

A Segrate, dove ha l'azienda, ha un vecchio camion carico di legna: è lì da decenni, e non ha alcuna intenzione di disfarsene. Lo guarda, o meglio, lo rimira, perché gli ricorda l'infanzia. A portare il carbone non era solo: «Ognuno aveva la sua scala. Di Daone c'erano giù mio fratello Giocondo, l'Ivo, il Celestino e l'Egidio, che poi è andato in Australia. Alla sera il nipote del padrone raccoglieva le mance e le dava a noi. Diceva: "Io non ne ho bisogno: sto bene così"».

Ad un certo punto Aldo conosce il fattorino di una società di logistica. Da fattorino il suo amico scala la società, fino a diventarne proprietario. E non si dimentica dell'amico Aldo. È un peccato doverla fare breve, ma raccontare mezzo secolo in un articolo è fatica. Ha iniziato la nuova attività, nel '71, con un camioncino Aldo, poi, piano piano, camion dopo camion, ha ingrandito la ditta. «Sono arrivato ad averne più di quaranta - racconta - ma adesso ho deciso di ridurre: ho i miei anni; il figlio fa il pilota per l'Alitalia. Chi me lo fa fare di diventare pazzo?». Beh, la soddisfazione, azzardiamo. «Quella ce l'ho ugualmente", replica».

La sua azienda stocca la merce nel magazzino della Jas (Jet Air Service) e la porta alla Malpensa, dove viene caricata sui Boeing 747 e parte per il mondo. Naturalmente fa anche il percorso inverso: la merce che arriva alla Malpensa viene caricata sui camion e portata a Segrate, da dove parte per il resto d'Italia: Roma, Firenze, Napoli, dappertutto insomma. Ha anche camion frigo, «perché i medicinali devono andare a temperature basse».
È popolarissimo l'Aldo fra i tecnici della Cargolux, una delle più grosse ditte internazionali del settore trasporti con sede in Lussemburgo: d'altra parte è uno che sa farsi voler bene. «Non è solo simpatia - si smarca - ma anche capacità di lavorare con qualità».

Si carica di tutto sui camion. «Per anni - racconta - abbiamo vinto l'appalto per il trasporto della Papamobile: in Germania, Svizzera, Inghilterra... Mi sono arrivate da pagare 2.500 sterline di multa per essere andato in centro a Londra con il camion. E pensare che eravamo scortati dalla Polizia. Ma adesso con Francesco le Papamobili non si usano più», sorride Aldo, «mi hanno detto che le ha messe in vendita». Aldo ha un pensiero per la moglie, Franca Romanelli, che lavora con lui: «Devo anche a lei il mio successo». E che sia un successo non c'è dubbio: una trentina di dipendenti, molti camion e la possibilità di non ingrandirsi ulteriormente. Perché spazio ce ne sarebbe, ma quando uno può permettersi di rifiutare la crescita...

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