La storia

Margherita Detomas e la scoperta in Amazzonia dei segni di una civiltà perduta

Una ladina sulle tracce di Indiana Jones: “La prima volta sono andata in Amazzonia nel 1996. Sulle tracce di Percy Harrison, erano emerse testimonianze e pezzi di mura in mezzo al fitto della foresta, fino ad allora invisibili e inghiottite dalla vegetazione. Poi anche graffiti. Apparsi solo lì, non altrove. Prove di insediamenti presenti molto prima di quelli incaici”

TRENTO. Indiana Jones? È esistito. O, almeno, ha molto ispirato quello di Harrison Ford. Era il 1925 e stava cercando - quello vero - nel pieno della foresta amazzonica, i resti di una civiltà perduta. Voci sparse tra i villaggi ai margini del fitto impenetrabile, parlavano di mura ciclopiche. Tracce di città con le vie angolari, forse i progenitori degli Incas. Poi, d’un tratto, anche lui si perse. «Come se si fosse evaporato», dissero i contemporanei.

Lo cercarono per anni, nulla. Inghiottito dalla terra umida e verde come i suoi alberi. Oggi, c’è una donna sulle sue tracce. Viene da qui, da valli meno tenebrose come quelle ladine. «Ho fatto 30 viaggi in Amazzonia per cercarlo e scovare quello che cercava». Lei si chiama Margherita Detomas. Lui, Percy Harrison. Due autentici Indiana Jones, una fassana – bolzanina acquisita - e un inglese. Un paio di cose li accomunano.

La prima: la passione per l’ignoto, tra l’archeologia e l’esoterismo che tutto tiene. La seconda, la foresta. Lei, che tocca i confini di tanti stati, ma che li cela tra le liane e le fiere, l’Amazzonia. E ancora: la Royal Geografic Society. Da quella porta, a Londra, tra sale e biblioteche vittoriane è uscito il nuovo mondo, si sono mappate Asia, Africa e Sudamerica, trovate le sorgenti del Nilo, scoperte terre ignote. Nel suo “Giro del mondo in 80 giorni”, pur nella fantasia di Verne, Phileas Fogg, il protagonista arriva lì, spiegando ai geografi increduli di aver vinto la sua scommessa.

Margherita Detomas è da una vita che scommette su Harrison e sulla sua Amazzonia madre delle antiche civiltà incaiche e maya. Lavora in Rai a Bolzano. È una giornalista. E scrive. Il suo ultimo libro non poteva che intitolarsi “Città invisibili”. Non si vedevano, infatti, ora sì. Lei ne ha percorso le tracce ficcandosi in posti che neppure gli indios. Ed è tornata. Ma pensa sempre a rimandare.

Trenta viaggi laggiù non le sono bastati?

Non bastano mai. È come un dolce male che ti prende e non ti lascia più.

Nato come?

Incontrando un pronipote di Percy Harrison, l’esploratore scomparso, inghiottito dalla foresta mentre cercava le sue città perdute.

E dove?

Sul Renon.

Cioè?

Beh, lui abitava lì. Mi ha raccontato delle venti spedizioni del suo avo, bis bis nonno. Di chi si era messo sulle sue tracce senza successo. Per rintracciare lui, ma anche per scoprire i segreti di quello che cercava.

Ma perché lei?

Amo quei mondi che non si svelano. Non sono una archeologa, ma ho compensato con la passione. E la documentazione. Infiniti articoli su Percy, libri e libri, viaggi a Londra alla Royal Society.

Qualche indizio che giunga dalla sua di vita?

Non so. Io sono fassana. Poi, il destino e la passione per il giornalismo mi hanno portato a Bolzano. Sono ladina, dunque ho iniziato dalla Rai ladina. Una occasione per avere un lavoro stabile.

Ma non è che cercasse la stabilità no?

Quella serve. È la base per fare altre cose. Tra le quali l’Amazzonia.

Ci è andata quando?

La prima volta nel 1996. Sulle tracce di Percy Harrison, erano emerse testimonianze e tracce di mura in mezzo al fitto della foresta, fino ad allora invisibili e inghiottite dalla vegetazione.

Poi?

Anche graffiti. Apparsi solo lì, non altrove. Prove di insediamenti presenti molto prima di quelli incaici.

Che posto è l’Amazzonia?

Non ne esistono altri paragonabili. Sei milioni di metri quadrati di foresta. Tiene dentro nove Paesi, non uno. Inizia e non finisce più.

Lei, da dove è partita allora?

Dal Mato Grosso. Percy è scomparso lì. La parte settentrionale è occupata dall’Amazzonia. Luoghi incredibili ma con una storia recente complicata.

Del tipo?

Dispute di confine, deforestazioni. All’inizio del secolo scorso c’era stata la corsa ai caucciù, il nuovo oro, visto che il mondo aveva scoperto la gomma.

Che cosa le dicevano i brasiliani?

Mi hanno aiutato. Anche messo a disposizioni aiuti e strumenti.

Se lo aspettava?

Un po’ sì. È che, in fondo, erano consapevoli che si trattava di sforzi per ridisegnare il loro passato indigeno.

Dunque quello precolombiano?

Certo, e così riscoprire radici e civiltà autoctone.

Fino a che punto consapevoli?

Fino al punto di invitarmi al Senato.

Intende quello brasiliano?

E certo. Un paio di volte ho svolto relazioni nella biblioteca senatoriale brasiliana.

Un onore?

Ma pure la certificazione del senso stesso dei nostri sforzi.

Con quali risultati?

Sono affiorati non solo mura ma anche geoglifi.

Sarebbero?

Disegni sul terreno ottenuti sia con la deposizione di detriti e rocce che attraverso la loro rimozione. Una sorta di scrittura, di segnali umani.

Poi?

Strutture perimetrali, tracce che smentiscono la narrazione corrente che indica solo negli Inca o nei Maya l’unica e la prima civiltà americana.

Un successo?

Ma soprattutto per me. Non si immagina l’emozione nell’aver trovato quello che, forse, aveva intravvisto nel 1925, dunque un secolo fa, Percy Harrison. Poi, certo, i riconoscimenti.

Che sono stati?

Ad esempio due cittadinanze onorarie brasiliane. Ci tengo molto. Non è che le diano facilmente. Occorre fare molto per il loro Paese.

Lo ha fatto?

Immagino di sì. E poi la Royal Geografic Society che mi ha accolto.

Quella dei grandi esploratori africani inglesi?

Quella. Non dico altro. Per me poi, una fassana... 

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