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L'Aquila è pronta a spiccare il volo

Brienza all'Adige: «Siamo carichi»

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Un salto a Radio Dolomiti per raccontare la sua passione per i cantautori italiani, poi il forum all' Adige per presentare la nuova stagione. A poche ore dal debutto ufficiale in campionato da coach della Dolomiti Energia, Nicola Brienza confida di essere «un po' emozionato», ma soprattutto «carico e contento di poter iniziare».

Coach, al primo anno da capoallenatore quanta responsabilità sente verso un club che le ha affidato il proprio destino sportivo?

«Dal punto di vista professionale c'è grande riconoscenza. Entro in un contesto di primo piano che in questi anni ha ottenuto risultati eccellenti e questo è uno stimolo per cercare di essere all'altezza. Dopodiché siamo professionisti, dobbiamo essere bravi a distaccarci dalla parte emotiva e concentrarci sul lavoro che c'è da fare».

C'è differenza tra allenare una squadra come Trento che ha obiettivi piuttosto ambiziosi e un team che invece punta semplicemente ad un campionato tranquillo?

«Quando hai una squadra che lotta per la salvezza, hai addosso una pressione pesante perché sai benissimo che ogni opportunità che lasci per strada potrebbe costarti parecchio, ma secondo me non c'è grande differenza tra allenare squadre da playoff o da salvezza. Giochi sempre sapendo di dover dare il massimo, e se va male sai che devi fare ancora di più».

Lunedì sull' Adige abbiamo pubblicato una classifica virtuale delle 17 squadre di Serie A, piazzando Trento al sesto posto. Concorda?

«Diciamo che ci sono tre squadre superiori alle altre, vale a dire Milano, Bologna, Venezia, con Sassari che continuerà ad essere una meteora impazzita e che ha il potenziale per sconvolgere l'ordine delle prime tre. Dietro, onestamente, vedo grande equilibrio: la differenza la faranno i particolari e la capacità dei ragazzi di superare se stessi».

Se, per gioco, toccasse a lei individuare la favorita, la sorpresa e la delusione del prossimo campionato chi indicherebbe?

«Per quanto riguarda la favorita, sulla carta non si può non dire Milano, anche se, per quanto ha fatto negli ultimi tre anni, non si può dimenticare Venezia. La sorpresa spero possa essere Trento, specie se saremo bravi a fare qualcosa in più a livello di gruppo. Per quanto riguarda la delusione, essendoci tanto equilibrio è facile che qualche squadra, sbagliando un paio di partite, possa trovarsi in difficoltà. Ma ora non so dire quale».

Se Milano non arriva in finale sarà la grande delusione?

«Potremmo dire così. Si ragiona sempre sui budget: se hai firmato grandi giocatori è logico che vinci. Per fortuna, però, non è così e Trento l'ha dimostrato».

Come procede il recupero degli infortunati Pascolo, Mian e Ladurner?

«Stanno continuando il loro cammino e a breve potranno tornare disponibili. Con Dada siamo dove avevamo programmato di essere ad inizio campionato: ora dobbiamo aspettare che ritrovi la giusta condizione. Mian se non sarà domani, conto che possa esserci contro Reggio Emilia. Ladurner, invece, ci metterà un po' di più».

I ritmi intensi della prima fase della stagione potrebbero mettere in difficoltà un roster non lunghissimo e con qualche giocatore non ancora al meglio?

«In queste settimane ho percepito anche tra i tifosi l'idea che ci sia un quintetto americano forte e poi i giocatori della panchina. Non è così. Anzi, non è detto che lo starting five sia sempre quello con gli stranieri: il mio obiettivo è avere dieci giocatori a disposizione e lavorare forte con tutti per sperimentare assetti diversi. Abbiamo di fronte due competizioni importanti ed ho bisogno che ognuno dia il suo contributo. Tranne Milano, Bologna e Venezia anche le altre squadre se perdono un paio di giocatori contemporaneamente sono "corte". Altrimenti credo che noi potremo dare il giusto spazio e la giusta responsabilità a tutti».

Dalla sua prima intervista trentina al giornale a fine giugno sono passati quasi tre mesi: resta il suo giudizio positivo sulla realtà in cui è arrivato?

«Certo. La società è super. In questo mese e mezzo di pre-season non abbiamo avuto problemi e se c'è stato qualche piccolo intoppo tutto è stato sistemato in pochissimo tempo. Questo è un contesto ideale per coach e giocatori: forse a voi sembra una cosa normale ma vi assicuro che non è sempre così dappertutto».

A proposito, dall'esterno come giudica la "sua" Cantù?

«La scorsa stagione eravamo partiti con una squadra di media fascia. Quest'anno, pur con budget risicato, hanno un roster costruito con logica che potrà dire la sua contro chiunque perché ha giocatori interessanti. Io conosco lo spirito con cui i canturini si approcciano alla squadra e so che, se vedono impegno e motivazione, i tifosi possono contribuire molto ad aiutare a vincere quelle 2-3 partite in più che possono salvare la stagione».

Un dirigente dell'Aquila ci confidava che lei è piaciuto subito perché, fin dal primo colloquio, ha dimostrato di essere un coach ambizioso. Come accoglie questa definizione?

«Mi fa piacere. A me i vertici del club hanno detto: "Il nostro obiettivo è salvarci ma pensiamo a vincere lo scudetto". Ecco, naturalmente si tratta di un'esagerazione, ma è lo spirito che ho dentro anche io: odio perdere e cerco sempre di fare il meglio».

Per il debutto contro Pistoia quali sono le due cose, una per l'attacco e una per la difesa, che chiederà alla squadra?

«È la prima partita ufficiale dopo un percorso di un mese e mezzo: abbiamo voglia di scendere in campo e metterci alla prova giocando in un contesto di maggiori motivazioni e posta in palio. Dovremo stare attenti a palle perse in attacco perché adesso ci sono in ballo i due punti. In difesa dovremo continuare nel nostro processo di crescita di squadra: il fatto di giocare tantissimo ci aiuterà a creare automatismi e a migliorare la lettura delle situazioni».

C'è qualche aspetto che la preoccupa?

«La squadra finora ha dato ottimi segnali, in attacco stiamo facendo bene e in difesa ci proviamo. Ecco, forse ogni tanto ci guardiamo un po' troppo allo specchio: ci piace fare le cose belle ma che a volte non sono tanto funzionali. Ora che vengono le partite che contano bisogna essere più cinici».

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