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Mvt - Il campione trentino di tutti i tempi

Sedicesimi: Donati vs Trentin

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Nuova sfida tra del nostro sondaggio “Mvt - Il campione trentino di tutti i tempi”: oggi è tra il calciatore Cornelio Donati e il ciclista Matteo Trentin, arrivati ai sedicesimi di finale.

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Cornelio Donati. 

Cornelio Donati attualmente ricopre la carica di esperto del settore dei difensori nel settore giovanile del Parma. Una carriera agonistica nelle fila degli emiliani con conquiste di valore assoluto. Si è fatto spazio poi come tecnico del settore giovanile e riversa la sua esperienza nel forgiare talenti per la prima squadra dei ducali e per il calcio italiano. Tanta competenza ed esperienza.
Tre aggettivi per il suo sport.
«Stupendo, favoloso, splendido».
La soddisfazione più bella.
«L’esordio in Serie A (il 7 ottobre 1990 il Parma neopromosso in Serie A fermò sullo 0-0 la Sampdoria di Mancini e Vialli, che in quella stagione vinse lo Scudetto, ndr)».
La delusione più cocente.
«La retrocessione dalla Serie B alla C con il Padova nel 1984/85».
Il campione di tutti i tempi?
«Gianni Rivera».
La squadra del cuore?
«Da ragazzo ero tifoso del Milan, ora sono un simpatizzante».
L’avversario più tosto?
«Aldo Serena, soprattutto perché con la sua altezza mi metteva molto in difficoltà: di testa era fortissimo».
Il compagno a cui è più legato?
«Marco Osio. Il «Sindaco» a Parma è stato mio compagno di camera per quattro anni: una persona eccezionale».
Il suo pregio migliore?
«La caparbietà».
Il suo difetto peggiore?
«Sono un po’ introverso».
Conta più il talento o il sacrificio?
«Devono esserci entrambe le cose, altrimenti è dura far carriera: chi ha solo talento ma corre poco deve avere un’intera squadra a supporto, come succedeva a Rivera nel Milan o a Maradona nel Napoli».
Chi deve ringraziare se è arrivato al successo?
«Il direttore sportivo Pastorello che mi portò da Padova a Parma e che mi confermò anche nelle stagioni successive».
Allo sport trentino manca...
«Nel calcio serve programmazione per creare una solida società di riferimento per tutta la provincia, mettendo da parte i campanilismi: questo forse manca in Trentino per fare un salto di qualità».
A parte il suo, lo sport preferito?
«La pallavolo e il tennis».
La paura più grande?
«Non saprei».
Cosa le fa perdere la pazienza?
«Quando ero calciatore, non sopportavo le decisioni che venivano prese in modo arbitrario e che io non condividevo».
È superstizioso?
«No».
Come trascorre il tempo libero?
«Mi diverto nell’hobbystica con il fai da te, poi ho un piccolo podere in Liguria con ulivi, aranci e limoni».
Se non vivesse in Italia, dove vorrebbe vivere?
«Penso che l’Italia sia il Paese più bello del mondo, abbiamo tutto: montagna, mare, collina, belle città...».
Da piccolo sognava di...
«Diventare un calciatore».
Chi è per lei l’Mvt?
«Francesco Moser: lo seguivo durante la sua carriera, mi ha sempre entusiasmato. Proprio in questi giorni in tv riproponevano il suo record dell’ora e i tentativi degli anni ‘90, quando aveva già superato i 40 anni: ricordi bellissimi».


 

Matteo Trentin. 

Tre aggettivi per il suo sport.
«Faticoso, soddisfacente e molte volte rilassante».
La soddisfazione più bella.
«La vittoria all’Europeo».
La delusione più cocente.
«L’esclusione alle Olimpiadi di Londra».
Il campione di tutti i tempi?
«Michael Jordan per quello che ha rappresentato sia nel campo da basket che per la sua città e lo sport. Quando ero ragazzino non c’era nessuno che non avesse il berrettino dei Chicago Bulls ma molti nemmeno sapevano dov’è Chicago. Come Lance Armstrong e Marco Pantani è stato in grado di muovere le folle, ma Jordan è durato di più e non si è mai macchiato».
La squadra del cuore?
«Non seguo il calcio».
L’avversario più tosto?
«Ce ne sono moltissimi. E variano di volta in volta, a seconda delle situazioni».
Il compagno a cui è più legato?
«Ho cambiato così tante squadre... Però direi che con Brambilla e Sabatini continuiamo a sentirci».
Il suo pregio migliore?
«Non me la prendo».
Il suo difetto peggiore?
«Dico sempre quello che penso e delle volte sarebbe meglio essere più diplomatici o lecca... puntini puntini.»
Conta più il talento o il sacrificio?
«Senza talento puoi sacificarti fin che vuoi, d’altra parte il mondo è pieno di gente talentuosa che non è stata in grado di emergere. Penso comunque che ai vertici di uno sport sia più facile trovare un atleta con un po’ meno talento e grande capacità di sacrificio, piuttosto che viceversa».
Chi deve ringraziare se è arrivato al successo?
«Le mie famiglie. All’inizio mio papà e mia mamma che mi hanno portato in giro a gareggiare. Ora la mia famiglia attuale, che sopporta i sacrifici che devono essere fatti nel mondo professionistico».
Allo sport trentino manca...
«Non credo manchi molto. Anzi, forse niente. Mi pare che non ce la caviamo male: considerando le dimensioni della nostra provincia credo che sportivi ai vertici ce ne siano molti».
A parte il suo, lo sport preferito?
«Il basket».
La paura più grande?
«Non ne ho. Diciamo che quando esco in bicicletta per allenarmi mi auguro sempre di non finire sotto un’auto».
Cosa le fa perdere la pazienza?
«La falsità. Se mi accorgo che qualcuno è falso tendo a non considerarlo più».
È superstizioso?
«No».
Come trascorre il tempo libero?
«In casa e in famiglia. Per noi è molto difficile trovare occasioni di vacanza perché la stagione ciclistica ha uno stop ad ottobre. Ma in quel periodo i bambini vanno a scuola».
Non vivendo in Italia, Montecarlo è il posto ideale per la sua vita?
«Direi di sì. Penso che per un ciclista sia una città che non ha controindicazioni, salvo forse un po’ troppo traffico. Ma ho l’aeroporto a 20’ e il clima è eccezionale: da quando sto qui in pratica non ho fatto più ritiri invernali».
Da piccolo sognava di...
«Non avevo sogni particolari. Il ciclismo si è imposto poco per volta nella mia vita».
Chi è per lei l’Mvt?
«Ne dico due: Francesco Moser e Lorenzo Bernardi».

 

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