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Mvt- Il campione trentino di tutti i tempi

Sedicesimi: Nones vs Lechthaler

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Nuova sfida tra del nostro sondaggio “Mvt - Il campione trentino di tutti i tempi”: oggi è tra Franco Nones e Luca Lechthaler, arrivati ai sedicesimi di finale.

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IL VIKINGO ALPINO: FRANCO NONES

Tre aggettivi per il suo sport.

«Assieme al nuoto il fondo è uno degli sport più completi che esista. Ti fa vivere in mezzo alla natura e ha costi relativamente contenuti».

La soddisfazione più bella.

«Troppo semplice dire la medaglia d’oro a Grenoble, anche perché è venuta dopo anni di fatica, la primo di uno sciatore non scandinavo».

La delusione più cocente.

«A posteriori direi che fu un errore non aver fatto anche la 50 km a Grenoble: era alla mia portata. Sul podio credo proprio che sarei finito sul podio».

Il campione di tutti i tempi?

«Ogni disciplina ha il suo. Nel ciclismo chi non ricorda Coppi e Bartali? Nel fondo direi Sixten Jernberg, ma a sceglierne uno sono molto in difficoltà»

La squadra del cuore?

«Se parliamo di calcio non sono un gran tifoso. Da sempre ho un occhio di riguardo per l’Inter perché ai nostri tempi il medico che ci seguiva ad Olimpiadi e Mondiali era Quarenghi, al tempo a capo dello staff sanitario dei nerazzurri».

L’avversario più tosto?

«Il finlandese Eero Mäntyranta e lo svedese Sixten Jernberg: uno aveva grande tecnica, l’altro una tenacia invidiabile».

Il compagno a cui è più legato?

«Giulio Deflorian e Marcello De Dorigo, per anni mio compagno di stanza».

Il suo pregio migliore?

«Credere in me stesso e non mettermi limiti».

Il suo difetto peggiore?

«Ho lavorato troppo, probabilmente. Forse avrei potuto risparmiarmi un po’».

Conta più il talento o il sacrificio?

«Secondo me è un errore parlare di sacrificio per un atleta. Sono dell’idea che nessuno ti impone di lavorare tanto, caso mai lo scegli se ti ritieni un  professionista. Poi il talento ti fa vincere più degli altri».

Chi deve ringraziare se è arrivato al successo?

«La famiglia. Noi eravamo contadini e i miei mi hanno permesso di andare ad allenarmi pur sapendo che non avrei dato una mano in casa. Il successo, però, l’ho ottenuto anche grazie alla spinta di mia moglie».

Allo sport trentino manca...

«Probabilmente siamo dei privilegiati. penso allo sci di fondo: da noi abbiamo i due più grandi gruppi sportivi, polizia e finanza. Forse manca la voglia di fare fatica».

A parte il suo, lo sport preferito?

«Seguo tre sport: sci, ciclismo e tennis».

La paura più grande?

«Quando c’è la salute e la solidità della famiglia anche la paura svanisce».

Cosa le fa perdere la pazienza?

«Una volta tante cose! Adesso che ho una certa età mi lascio scorrere via tutto: do valore alle cose importanti».

È superstizioso?

«Non credo a queste cose. La fortuna aiuta chi si impegna».

Come trascorre il tempo libero?

«Cammino, faccio enigmistica, guardo la tv, ascolto il rosario».

Se non vivesse in Italia, dove vorrebbe vivere?

«Avendo girato il mondo direi che non c’è un posto migliore dell’Italia: qui tutti si lamentano ma dobbiamo essere contenti di quello che abbiamo».

Da piccolo sognava di...

«Da piccolo sognavo poco. Crescendo speravo di riuscire ad eccellere nello sport».

Chi è per lei l’Mvt?

«Francesco Moser mi è sempre piaciuto: come me viene da una famiglia di contadini, faceva fatica ma non si è mai risparmiato. Io e Francesco siamo molto simili anche per il successo imprenditoriale dopo la carriera sportiva».


 

IL GIGANTE SOTTO CANESTRO: LUCA LECHTHALER

Tre aggettivi per il suo sport.

«Imprevedibile, appassionante e unico».

La soddisfazione più bella.

«Vincere il primo titolo, ma anche indossare la maglia della mia città».

La delusione più cocente.

«Aver perso due finali scudetto con la maglia della mia città: devo ancora digerirle completamente».

Il campione di tutti i tempi?

«Michael Jordan per primo; poi Kobe Bryant».

La squadra del cuore?

«I Los Angeles Lakers: è la squadra che mi ha fatto scoprire il basket grazie alle imprese di Kobe e Shaq».

L’avversario più tosto?

«Ce ne sono tanti. David Andersen in allenamento a Siena; Nikola Pekovic (Partizan, Panathinaikos, Minnesota, ndr), sia nelle gare di Nazionale giovanile che poi a livello senior. Mamma quanto era grosso. Poi aggiungo Tomic del Barcellona».

Il compagno a cui è più legato?

«Anche qui sarebbero tanti da citare. I primi che mi vengono in mente sono Rimas Kaukenas e lo stesso Andersen che mi hanno insegnato tanto, come pure Marco Carraretto».

Il suo pregio migliore?

«Umiltà e piedi per terra».

Il suo difetto peggiore?

«Sono disordinato».

Conta più il talento o il sacrificio?

«Entrambi. Il talento deve sposarsi col sacrificio per dare frutti buoni; altrimenti resta solo una promessa».

Chi deve ringraziare se è arrivato al successo?

«In particolare mia moglie. Mi ha incontrato alla fine dell’adolescenza, e in tanti anni abbiamo fatto un lungo percorso insieme di cui vado fiero».

Allo sport trentino manca...

«Il fatto di venire stimolato nel modo giusto all’interno delle scuole: siamo in un territorio che offre tante occasioni, ma manca la capacità di trasmettere la passione».

A parte il suo, lo sport preferito?

«Alpinismo».

La paura più grande?

«Perdere la mia famiglia».

Cosa le fa perdere la pazienza?

«Ne ho fin troppa! Ma non sopporto essere preso in giro e tradito».

È superstizioso?

«No, mi piace essere metodico. Ma è più una questione legata al lavoro che faccio che non alla superstizione».

Come trascorre il tempo libero?

«Cerco di godermi la famiglia stando con mia moglie e le mie figlie programmando tanti obiettivi per il futuro. Poi coltivo le altre mie passioni»

Se non vivesse in Italia, dove vorrebbe vivere?

«Non c’è un posto in particolare. Ho girato parecchio l’Italia. Mi piace imparare dalle culture diverse. Se andasse in un paese straniero non farei fatica ad adattarmi e ad imparare usanze e tradizioni, ma il mio habitat è montagna. Ho scelto di abitare a Fai della Paganella per il fascino del posto, perché è in mezzo alle montagne con il Brenta dietro casa: io dico che è il mio personale centro benessere. Mi piace il paese piccolo in cui vivono le tradizioni e ci sono ancora valori importanti per i bambini. E questo nonostante sia a pochi minuti dalla città».

Da piccolo sognava di...

«Di diventare pilota di caccia. Sogno stroncato appena superato il metro e 90, cioè in prima media».

Chi è per lei l’Mvt?

«Difficile dare un nome, perché il Trentino, anche se piccolo, ha avuto tanti campioni e mi sembrebrebbe di non dare il giusto rispetto agli altri citandone uno solo».

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