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Mvt - Il campione trentino di tutti i tempi

Nuova sfida: Simoni vs Razzino

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Nuova sfida tra campioni del nostro sondaggio “Mvt - Il campione trentino di tutti i tempi”: oggi è tra il grandissimo ciclista Gilberto Gibo Simoni e il tre volte Olimpionico di lotta greco-romana Ernesto Razzino.

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"GIBO" SIMONI CORRIDORE DEI DUE MONDI

Gilberto Simoni è il ciclista dei due mondi. Quello romantico, in cui si pedala con il vento nei capelli, si cerca di arrivare in cima alla vetta solo per provare a se stessi di esser in grado di farlo, si parte al mattino e si torna quando capita, e si sogna. Si sogna di diventare qualcuno. E quello professionistico, dove - diventato qualcuno - oltre alla bicicletta il corridore deve rendere conto a una squadra, un direttore sportivo, gli sponsor, i tifosi.
Nella sua corporatura di bambino esile fattasi più robusta con il passare degli anni, Simoni è stato sempre un distillato di questi due mondi, sognatore ma determinato, libero ma metodico, resistente ma sensibile. E, nel bene e nel male, mai scontato. Tanto che a chiedergli quale sia stata la più grande soddisfazione della carriera, Gilberto – che potrebbe mettere sul piatto due Giri d’Italia e molte altre vittorie – ti spiazza rispondendo: «Una corsa di paese, da ragazzino. E il Campionato italiano Dilettanti, nel 1993». Potresti pensare a una beffa e invece poi ti spiega: «Le emozioni più vere, più vibranti le ho provate in quelle due occasioni. Certo, è stato bellissimo anche quando ho vestito per la prima volta la maglia rosa, sul Pordoi. Ma quando diventi un professionista cambia tutto. Lo chiamano ancora sport solo per abbellire la faccenda ma è meno emozionante. Ci sono di mezzo stipendi e denaro: vincere è quasi un obbligo».
Ad andare in bici ha cominciato da piccolo visto che a Palù di Giovo, il suo paese, il ciclismo era sport nazionale grazie alla dinastia dei Moser. E proprio dopo aver visto il suo idolo Francesco Moser transitare sul Pordoi - riecco il Pordoi - all’inseguimento di Laurent Fignon, nel 1984, decide che il suo sport sarà il ciclismo. «Già correvo a piedi e avevo vinto i campionati studenteschi, ma da quella volta mi innamorai del ciclismo e iniziai ad andare in bicicletta. Partivo alla mattina e tornavo a casa col buio fatto, magari senza aver avvertito nessuno a casa. Ho iniziato a fare le prime garette ma è stato quando sono arrivato nelle categorie allievi e nei percorsi hanno cominciato a inserire le salite che mi sono ritrovato ad essere tra i migliori».
Il mondo professionistico è una macchina da soldi crudele e completamente insensibile ai sentimenti. E Gilberto lo ha capito sulla sua pelle nel 2001, ai Mondiali di Lisbona. In fuga verso la vittoria, fu inseguito e riacciuffato da un altro italiano, Paolo Lanfranchi, che riportò sotto il gruppo e determinò la vittoria dello spagnolo Oscar Freire. Casualmente, Freire era stipendiato dalla Mapei, come Lanfranchi e il Ct azzurro Franco Ballerini, che aveva smesso di correre da pochi mesi. «Quella fu la più grande delusione della mia carriera e il sogno che non si è più avverato» ricorda Simoni.
Il tempo ha poi lenito le sue ferite a suon di vittorie: tappe alla Vuelta, al Tour de France, al Giro, ancora la classifica finale in Rosa nel 2003 (dopo averlo vinto nel 2001) e cinque podi. Ma quel retrogusto amaro rimane ancora oggi. «Un Mondiale già vinto che se n’è andato così... Non ci penso spesso, ma ogni volta ricordo la delusione anche per come fui trattato in seguito, tagliato fuori dalla maglia azzurra. Già, lo sport è tutta un’altra cosa».


ERNESTO RAZZINO, TRE VOLTE OLIMPIONICO

A venticinque anni dal suo ritiro, Ernesto Razzino rimane un’autentica colonna della lotta greco-romana italiana. L’atleta cresciuto nella città della Quercia - nato in Svizzera da genitori campani - è stato fra i più forti di questa storica disciplina partecipando a tre edizioni dei Giochi Olimpici (Los Angeles 1984, Seul 1988 e Barcellona 1992). Partito dal florido vivaio del Lotta Club Rovereto di Luciano Debiasi, Razzino ha spiccato il volo dopo l’ingresso nelle Fiamme Oro della Polizia di Stato con cui ha festeggiato la vittoria di ben dodici titoli italiani. In maglia azzurra, inoltre, il lottatore di Borgo Sacco ha saputo salire sul gradino più alto del podio nei Mondiali di Vancouver 1981 e poi ai Giochi del Mediterraneo di Latakia 1987. Dopo aver salutato la materassina - nel corso del 1995 - Razzino ha proseguito la carriera lavorativa nell’Anticrimine di Trento occupandosi, nel frattempo, della crescita atletica e coordinativa dei giovani tennisti trentini dell’Ata Battisti.

Razzino, quando e come ha cominciato con la lotta?

«Fino ai 12 anni giocavo solo a pallone nell’Aston Villa, poi nel 1973 ho iniziato ad allenarmi nell’unica palestra cittadina, quella della Lotta Club Rovereto, per cercare di fortificare il fisico. Ero già molto alto, ma decisamente troppo magro. Ho iniziato nel 1974 un po’ per gioco, ma contro ogni mia aspettativa vinsi subito un torneo nazionale grazie agli insegnamenti di Luciano Debiasi. Uno sport di cui mi sono presto innamorato e che mi ha dato davvero tanto».

C’è stato un atleta al quale si è ispirato?

«I riferimenti negli anni Ottanta erano sempre i lottatori dell’Est Europa. Ad inizio carriera ho cercato di osservarli e studiarli nei minimi particolari rivisitando alcuni loro movimenti tipici. Mi riuscì così bene che, qualche anno più tardi, fu la Russia a venire fino a qui per vedere i miei allenamenti. Un caso unico visto che, in Italia, eravamo in pochi a praticare questa disciplina. Ho sempre ammirato Karelin, campione dell’Unione Sovietica, che sapeva essere agilissimo, nonostante un peso di 130-140 chilogrammi con cui fare i conti».

La soddisfazione più grande della sua carriera?

«Partecipare a tre olimpiadi è stato fantastico e, senza dubbio, la prima esperienza vissuta a Los Angeles resta indimenticabile. Poi nel cuore ci sono tanti ricordi legati a Campionati del Mondo e Giochi del Mediterraneo, ma pure altre sfide. In particolare una gara in Germania, dove fui trascinato da numerosi emigrati italiani che vennero a tifare per me, ma anche un altro episodio esilarante. In Turchia, con capelli scuri e baffi folti, venni scambiato per un atleta locale e soltanto a fine gara, con tutta la gente del palazzetto in festa per la mia vittoria, vennero a sapere che ero italiano».

E la delusione più difficile da digerire?

«Non essere riuscito a conquistare una medaglia olimpica, soprattutto nel 1992 a Barcellona dove sentivo di poter ottenere un risultato al termine di una preparazione meticolosa. Sono appuntamenti difficili da affrontare e gestire con la paura di sprecare quattro anni di duro allenamento. La parte mentale è fondamentale, ma serve anche un po’ di fortuna nel sorteggio iniziale».


LA SITUAZIONE NEI TABELLONI

 

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