Dal Renon "A piedi a Roma con tre lama": un viaggio, che diventa pellegrinaggio, e adesso un libro

Febbraio 2018. Tre uomini insieme a tre lama, partono dal Renon alla volta di Roma. Obiettivo: conoscere se stessi e incontrare Papa Francesco. Percorrono a piedi 1075 chilometri della "Via Romea Germanica", attraversando le Alpi, Padova, Ferrara, Ravenna, Orvieto. In aprile raggiungono Roma. Questo viaggio, decisamente originale e anche coraggioso, è diventato un libro: “A piedi a Roma con tre lama”, adesso tradotto in italiano e edito da Athesia.

L’autore è  Thomas Mohr, avvocato e imprenditore tedesco nato ad Amburgo e cresciuto sul Renon. Adesso vive a Monaco di Baviera dove dirige uno studio legale specializzato in diritto bancario, diritto immobiliare e diritto privato internazionale. In seguito alla diagnosi di cancro, Mohr decide di prendere una pausa dai propri obblighi professionali e di recarsi in pellegrinaggio a Roma. I protagonisti di questa storia sono, oltre a Thomas Mohr, Walter Mair e Thomas Burger e i tre stalloni di lama: Tiento de Oro, Buffon de Oro e Shaqiri de Oro.

Il cammino non è facile: attraversano il Trentino sotto una fitta nevicata, e arrivano a percorrere ben 48 chilometri in una sola giornata. A volte trovano un alloggio solo a tarda sera. Ma lungo la strada, i tre amici e i loro lama incontrano molte persone gentili e generose, tante porte aperte e numerose offerte di cibo e bevande. E alla fine giungono a Roma, in piazza San Pietro, dove li attende l’incontro con Papa Francesco a cui regalano una papalina di lana d’alpaca. Abbiamo intervistato Thomas Mohr.

Innanzitutto, come ha scelto i suoi compagni di viaggio?

A dire il vero, non sono stato io a scegliermi i compagni di viaggio. Tutt’altro, si è trattato di una semplice coincidenza che mi ha dato la possibilità di far parte di questa impresa. Un bel giorno, mentre stavo prendendo un caffè al Kaserhof di Soprabolzano, l’allevamento di lama ed alpaca che il mio amico Walter Mair gestisce da anni con la moglie Sabine, vedo appunto Walter ed un altro mio amico d’infanzia, Thomas Burger, intenti a studiare un itinerario di pellegrinaggio su delle mappe geografiche. Era stato proprio Walter ad avere avuto l’idea di tutta l’impresa. Mi hanno subito chiesto se poteva fare al caso mio, invitandomi a farne parte. Ricordo bene che l’idea mi entusiasmò subito. Ma, prima di accettare l’invito, avrei dovuto comunque consultarmi con la mia famiglia e i collaboratori del mio studio legale per capire e potevo assentarmi per ben 6 settimane. Due settimane dopo, ero pronto ad accettare l’invito, con l’approvazione, anzi entusiasmo di moglie e figlia.

Che cosa le hanno dato i compagni e gli animali in questo lungo cammino?

I lama hanno un ritmo lento, ma molto costante, che sortisce l’effetto di una gradita propensione a rallentare il passo, aiutando in tal modo a rinunciare al ritmo frenetico che ci domina nella vita di tutti i giorni. Strada facendo, hanno conquistato il cuore delle persone. A chi li vede, scappa sempre un sorriso. Molti dei preziosi incontri fatti lungo il cammino sono dovuti proprio a loro. Sguardo marcato e grande resistenza. Vanno per la loro strada, sono ostinati e, forse per questo, i migliori compagni di un’avventura così folle. Gli umani sono stati di grande aiuto. Specialmente i rappresentanti dell’Associazione della Via Romea Germanica, che si occupano della gestione dell’itinerario e agevolano il viaggio dei pellegrini, ma anche una moltitudine di altre persone sconosciute che ci hanno accolto con gioia e disponibilità, accompagnato, intrattenuto e ospitato. Questo ci ha aiutato molto. Soprattutto quando si viaggia con gli animali, è inevitabile dipendere dal supporto altrui. Le persone lungo la strada ci hanno sorpreso con il loro amore per gli animali. Siamo tornati a casa con “uno zaino” pieno di nuove amicizie.

Ci sono stati degli incontri o delle situazioni che l’hanno particolarmente colpita?

In un pellegrinaggio di 50 giorni percorrendo oltre 1.000 km si incontrano molte persone interessanti e situazioni particolarmente profonde. A prescindere dall’incontro con Papa Francesco e il primo ministro Paolo Gentiloni, per me sono stati cruciali l’incontro e la conversazione con una clarissa nel monastero dei Francescani di La Verna. In una fase di crisi personale dovuta a problemi di salute, fase in cui mi trovavo io stesso dopo una diagnosi di cancro incurabile, ci si confronta con le domande veramente importanti della vita. Domande dalle quali tante volte nella quotidianità si tenta di evadere. Durante il pellegrinaggio ho iniziato a confrontarmi con quella che io chiamo lotta contro l’incapacità di andare al fondo delle cose. E mi sono posto le domande, dove si può trovare speranza, quali sono la meta e il senso della nostra vita? Nell’incontro con la suora e grazie al suo aiuto sono riuscito per la prima volta a dare risposte a queste domande. Risposte che mi hanno permesso di vedere una prospettiva nel convivere con la malattia.

Qual è stata la cosa più difficile?

Partire nel bel mezzo della vita per un viaggio di sei settimane, lasciando dietro di sé il lavoro, con tutti gli impegni connessi, e la famiglia. La domanda più frequente che amici e colleghi di lavoro ci hanno posto, sia alla partenza sia al ritorno, è stata di come fossimo riusciti a prenderci tutto quel tempo per noi e l’impresa. Specialmente per me, che non ero realmente preparato ad affrontare un viaggio a piedi per mezza Italia, anche lo sforzo fisico rappresentava una sfida. Tanto che un giorno, nel bel mezzo della Pianura Padana dopo ben 50 chilometri di marcia, stavo capitolando, volevo abbandonare. Eppure, già la mattina dopo ero nuovamente deciso a continuare.

Qual è stata la ragione per cui ha intrapreso il viaggio?

Mi era stato diagnosticato un cancro e avevo subito da poco due operazioni e due sedute di radioterapia. Ero in pessime condizioni fisiche, per cui di primo acchito la mia preoccupazione principale era stata se sarei riuscito a gestire fisicamente un viaggio a piedi di oltre 1.000 km. Eppure, in me cominciò ad imporsi prorompente il bisogno di dire "grazie". Grazie per tutto ciò che mi era stato possibile realizzare fino ad allora nella mia vita. Solo gradualmente ho compreso che il pellegrinaggio mi avrebbe dato anche l'opportunità e il tempo necessari per chiarire a me stesso come avrei potuto plasmare la mia vita dopo la diagnosi della malattia.

Come e quando ha deciso che con questo viaggio avrebbe scoperto se stesso?

In un incontro con una signora nella Valsugana, che ci ha fermati per strada e domandato se fossimo veri pellegrini e stessimo veramente andando a trovare il Papa. Ci ha raccontato di suo marito che si era gravemente ammalato di una malattia incurabile. Ci ha chiesto di portare con noi le sue speranze e preghiere a Roma dal Papa. Una situazione che ci ha commosso profondamente e ha di colpo cambiato il nostro viaggio, trasformandolo da una sorta di trekking con i lama ad un vero e proprio pellegrinaggio.

Ci descrive il suo incontro con il Papa?

È una sensazione indescrivibile, con due amici e tre lama, dopo 50 giorni e 1.075 chilometri, eravamo un’affiatata comunione di pellegrini che era riuscita in tutti i modi, ad arrivare a Piazza San Pietro, ad aspettare in prima fila il Papa per l’Udienza Generale. Una personalità impressionante nella sua semplicità francescana e nella sua volontà di rinnovamento del Vangelo. Ha concluso il nostro incontro con una richiesta: “Pregate per me!”. Crediamo che volesse dirci: “Abbiate cura dei vostri simili, prendetevi cura gli uni degli altri!” Un’istanza che ha acquisito nuova attualità soprattutto in tempi di pandemia.

Cosa è necessario fare per ritrovare se stessi?

Il viaggio, l’avventura, gli amici, la natura, il silenzio… Il tutto contribuisce ad un pellegrinaggio che ti rende libero dentro. La fuga dalla vita quotidiana, il movimento immersi nella natura, gli incontri memorabili con altre persone e culture, la relazione tra i compagni e i lama, la sensazione di poter contare l’uno sull’altro in modo incondizionato, la crescente amicizia. È come se si entrasse in un altro spazio dove quello che finora contava non conta più. Questo ti riporta a te stesso.

Lei è avvocato, scrittore, viaggiatore. Tutti e tre insieme?

Sono partito come avvocato. Viaggiatore nel senso di pellegrino lo sono diventato in questo viaggio memorabile. Scrivere il libro mi ha aiutato a capire meglio cosa è successo in me in questi 50 giorni di camminata. Mi rende particolarmente felice il fatto che dopo il successo del libro in Germania, adesso è uscita anche la versione italiana. Il viaggio continua...

(intervista di Daniela Mimmi)

 

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