Salta al contenuto principale

Arno Kompatscher e la polemica:

«Sì, sul nome "Alto Adige" ho sbagliato

ma dobbiamo ripartire tutti insieme»

«Attenti, l'ondata nazionalistica è arrivata anche qui»

Chiudi
Apri
Tempo di lettura: 
7 minuti 54 secondi

Ho passato la settimana a rincuorare chi temeva che l’Alto Adige - inteso come nome di un territorio che evidentemente fatica ad entrare nel futuro - scomparisse. Qualcuno ci ha visto un sassolino. Altri una frana. Certamente un errore. Che dimostra quanto fragile sia ancora la convivenza in Alto Adige, quanto difficile sia il cammino, che molti considerano scontato,dell’autonomia. C’è chi spegne fuochi e c’è chi nei fuochi ci sguazza. La politica è anche questo: cavalcare e persino alimentare l’onda o cercare di chetarla, l’onda. La prima operazione, come noto, riesce molto meglio. Qui. Nel resto del Paese. In questo mondo che sembra sempre preferire l’urlo all’ascolto. Di qui la scelta di andare a trovare il presidente altoatesino Arno Kompatscher. Perché sul banco degli imputati c’è - com’è ovvio - prima di tutto lui: l’uomo che avrebbe cancellato la parola Alto Adige.
Presidente, quella che a lei in un primo momento è sembrata una sciocchezza o poco più, sta diventando un caso nazionale e internazionale: per tutti è ormai la “scomparsa” della parola Alto Adige.
«Prima di tutto va ribadita una cosa».
Mi dica, presidente.
«È ormai chiaro che non c’era la volontà di abolire il termine Alto Adige».
Direi che non è chiaro proprio a tutti. Ormai la notizia è esplosa come un missile che sfugge al controllo di chi lo ha lanciato.
«È stato un pasticcio. Un incidente di percorso. Questo lo dico con chiarezza. E non esito a fare autocritica. Però...»

Però?
«Però la reazione che c’è stata e l’interpretazione che il consigliere provinciale Alessandro Urzì ha voluto dare a tutto questo, ha trovato anche un terreno fertile».
Ma la questione del nome è oggettiva, presidente. Anche se riguarda una singola legge riferita alla denominazione dell’ufficio di Bruxelles e non certo legata al nome dell’intero territorio.
«Mi lasci prima dire che quanto è accaduto ci deve far pensare».

Certo, mi spieghi.
« Se la reazione è questa, vuol dire che in tanti, nel gruppo linguistico italiano, hanno ancora questa sensazione, questo disagio. E se gli italiani si sentono negato il diritto di sentirsi a casa propria in Alto Adige, allora dobbiamo fermarci. Per pensare. Sì, tutto questo fa molto riflettere. Se noi, nei nostri atteggiamenti di tutti i giorni, gestiamo quest’autonomia come l’autonomia di tutti, ma il messaggio che passa è un altro, dobbiamo fare un ragionamento nuovo. E io sono pronto a farlo».
Certi errori - e fermiamoci a questa definizione - ci fanno peraltro ancora guardare la storia dallo specchietto retrovisore.
«Il rischio c’è. L’autonomia è nata per tutelare le minoranze, ma ha l’obbligo di essere, ogni giorno, di tutti, di ogni gruppo linguistico. Il rispetto deve essere reciproco. E vanno rispettati anche i sentimenti, non solo la lingua e la cultura. L’identità di ciascuno va, insieme, tutelata e rispettata».
Ma il comune sentire sembra un altro.
«Se non si sente ciò che le sto dicendo, se basta un pasticcio per riaprire queste ferite, serve davvero un grande esame di coscienza. Anche rispetto ai singoli atteggiamenti. Forse questo incidente - mi dice il Landeshauptmann guardandomi negli occhi e fermandosi un istante, per cercare le parole giuste - è stato utile per farci capire che in realtà c’è ancora la necessità di essere molto più sensibili e attenti quando si trattano questi problemi. Direttore, l’autonomia è di tutti. Siamo in un territorio dove tre gruppi vivono in un’unica casa. La casa dell’autonomia. L’Alto Adige-Südtirol».
Evidentemente il lavoro è incompleto. Il clima è ancora quello della diffidenza, del sospetto, per non dire della paura. Perché gli italiani temono d’essere la vera minoranza. Schiacciata da due minoranze ben più tutelate.
«Se noi, e parlo di chi sta nei partiti moderati, non abbiamo questa consapevolezza, l’autonomia non va lontana. Per questo vorrei che quel che è successo fosse utile anche per trovare la strada giusta. L’idea della piccola Europa nell’Europa è per me molto forte. Sono orgoglioso di quanto abbiamo fatto. Ed è un valore aggiunto prezioso, la presenza dei tre gruppi linguistici. Se l’approccio è questo, se si guarda a tutto ciò che di positivo c’è nella nostra convivenza, ce la faremo. Ne sono certo».
Però l’errore è stato grave, lo ammetta. In Alto Adige le parole a volte pesano come macigni.
«Non nego l’errore. Ma provo a spiegarglielo con calma. Si parlava di fatto dell’ufficio di rappresentanza che abbiamo a Bruxelles. Mi è stato presentato un emendamento in lingua tedesca che diceva che il “sistema territoriale”, nell’ufficio europeo, va chiamato Südtirol. Per me è del tutto ovvio, da una parte, che abbia un senso parlare di Südtirol e, dall’altra, che in italiano si debba parlare di Alto Adige. L’emendamento, in italiano, parlava però di Provincia di Bolzano. E noi, inutile negarlo, non ce ne siamo accorti e abbiamo inconsapevolmente annunciato di voler approvare quell’emendamento».
Ma il consigliere Urzì è subito intervenuto, in consiglio provinciale, a Bolzano.
«Urzì l’ha fatto presente in aula, andando sinceramente anche oltre le righe. E in aula non abbiamo avuto la prontezza necessaria, intuendo che avremmo dovuto subito fermarci. Sì, dovevamo stare più attenti».
Sarà mica colpa di Urzì.
«Guardi, Urzì ci ha attaccato in modo inaccettabile, però nel merito aveva ragione. Anche se ha usato parole pesanti. E questo è stato l’errore. Non ascoltarlo. Ma la nostra volontà non era certo quella che emersa dopo quel voto. Anche se siamo effettivamente stati poco attenti. Le confesso un’altra cosa».
Mi dica.
«Io poi non sapevo che ci fosse già stato in commissione un dibattito, per non dire un litigio, su questo termine. Non mi avevano informato. Mi dà molto fastidio: perché ci siamo cascati. Ma evidentemente non tutti si sentono a proprio agio nella “casa” che abbiamo cercato di costruire in tutti questi anni, non tutti si sentono rispettati, non tutti sentono un’apertura che è oggettiva. L’errore si sarebbe subito archiviato, se non ci fossero ancora problemi. Invece, sotto, c’è evidentemente molto di più. E per questo, nei fatti e non solo nelle parole, bisogna dimostrare che l’autonomia è il tetto sotto il quale possiamo e dobbiamo stare bene - e insieme - tutti».
Mi conferma dunque che la legge sarà modificata?
«Questo è certo. Si scriverà Alto Adige. L’intenzione è questa ed è chiara. Noi vogliamo che si parli di Land Südtirol e vogliamo in egual misura che quello sia l’ufficio dell’Alto Adige. La legge la cambieremo. Il caso specifico è una cosa, ma il tema è appunto un altro».
E dunque?
«Dunque dobbiamo lavorare affinché tutti si sentano a casa, a loro agio. Solo allora riusciremo a creare un vero clima di fiducia che ci permetterà di affrontare in ben altro modo anche i temi come quello della toponomastica. Abbiamo mal di pancia? Cerchiamo dunque una soluzione condivisa. Serve fiducia reciproca».
Ma qualcuno dirà che la fiducia l’ha tradita prima di tutto lei.
«Per questo le ho parlato d’esame di coscienza. Il segnale e la reazione sono stati molto chiari. Nessuno voleva provocare. Ma se la reazione è questa, la vicenda in questione dimostra, torno a dirlo, che c’è ancora tanto lavoro da fare. Noi moderati, soprattutto noi della Svp, dobbiamo far capire che siamo convinti che l’autonomia sia di tutti. Ed è un valore aggiunto, la presenza degli italiani. Non ci sono ospiti, siamo tutti, allo stesso modo, inquilini della casa dell’autonomia. Ripeto: sono pronto ad assumermi fino in fondo la leadership e a fare il necessario esame di coscienza».
Al di là della modifica della legge, ci sarà un gesto simbolico?
«Il tema è generale. Dobbiamo dedicare maggiore attenzione a questo tipo di sensibilità, al messaggio che arriva da quanto accaduto. Quando noi diciamo che lavoriamo, come giunta e come istituzioni pubbliche, per l’autonomia di tutti, dobbiamo essere consapevoli di tutto ciò che provano e pensano i tre gruppi linguistici che vivono ogni giorno sotto il comune tetto dell’autonomia».
Ha ricevuto tanti messaggi? Tante telefonate? Anche tanti insulti?
«Sì. I commenti pesanti sono stati però non più di una trentina. Ho ricevuto però tantissimi messaggi da persone che mi hanno detto di non capire cosa stia succedendo. Risponderò a tutti: per far capir loro quello che le sto dicendo, che l’idea è un’altra».
C’è unanimità anche nel suo partito, visto che la Svp ogni tanto tende, come dire, a coprirsi a destra (e così è stata letta la scelta di approvare la mozione della Süd-Tiroler Freiheit)?
«Ho parlato anche con l’Obmann Achammer e la mia è una posizione condivisa anche dentro il mio partito. L’autonomia ha alla base il riconoscimento delle lingue, della cultura, ma anche, come le ho detto, dei sentimenti di ognuno. E vale per tutti. Altrimenti l’autonomia non andrà lontano. I primi che l’avevano capito sono stati Silvius Magnago e Alcide Berloffa e lo stesso vale per il mio predecessore Luis Durnwalder».
E hanno avuto a Roma e a Vienna chi ha saputo ascoltarli e sostenerli.
«Non c’è dubbio. Aldo Moro, Bruno Kreisky, Giulio Andreotti e Alois Mock l’hanno compreso molto bene. E la loro intuizione, nell’Europa che è poi diventata quella di oggi, vale ancora di più. Mi lasci però dire un’ultima cosa».
Prego.
«L’ondata nazionalista è arrivata anche qui. E noi siamo stati poco attenti. Qui certi atteggiamenti non devono passare. E poco conta che arrivino da una parte o dall’altra. Dalla destra tedesca o da quella italiana, insomma. Non devono passare e basta».
Sì, serve ancora molta attenzione, nell’Alto Adige di oggi.

L'utilizzo della piattaforma dei commenti prevede l'invio di alcune informazioni al fornitore del servizio DISQUS. Utilizzare il form equivale ad acconsentire al trattamento dei dati tramite azione positiva. Per maggiori informazioni visualizza la Privacy Policy