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Divina e il regime azero

«Forse anche in Italia...»

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In Azerbaigian ci sono un centinaio di detenuti politici, compresi alcuni giornalisti ma l’Europa, che fa affari con questo gigante del gas e del petrolio, fatica a condannare il regime del presidente Aliyev.

Ieri sera ha faticato anche il senatore trentino Sergio Divina, intervistato da Report Raitre in qualità di presidente del gruppo di amicizia Italia-Azerbaijan.

Di fronte al giornalista Paolo Mondani, autore dell’inchiesta, che gli ricordava la situazione di circa 100 prigionieri politici, «cioè persone che stanno in carcere per le loro idee, compresi i giornalisti»,
Come la mettiamo con questo?
Divina ha ritenuto di replicare: «Forse anche in Italia qualche mesetto di carcere in più a qualcuno potrebbe servire».

Poco prima l’esponente leghista aveva affermato: «Le nostre democrazie occidentali si sono anche un po’ inflaccidite io direi. I poteri d’ordine si sono ridotti al minimo».
Mentre in Azerbaigian… - lo ha incalzato il giornalista - «Ecco io direi che in Azerbaigian forse…».
E Mondani: «Più robusti diciamo».

Divina ha quindi rincarato: «Come succede negli Stati Uniti d’America insomma. C’è un potere, forse di polizia, che ha più capacità di reprimere».

Ma ecco la domanda diretta a Divina sull’atteggiamento morbido tenuto verso il regime azero: «Lei a giugno 2015 in Consiglio d’Europa vota contro a un emendamento che chiedeva
la liberazione dei prigionieri politici. Perché ha votato contro quell’emendamento?»

Il senatore risponde: «Perché io non mi presto a questi giochi».

Il giornalista chiede quali siano questi giochi e qui Divina conclude rivelando il nucleo della sua posizione in proposito: «Chi dice che l’Azerbaigian non è una democrazia, chi dice che l’Azerbaigian è una
repubblica presidenziale, quasi dinastica, dice mezze verità. Non so tra diciamo questi rapporti reciproci chi ha più vantaggi o meno vantaggi.
Secondo me l’Italia ha molti più vantaggi. E proviamo a far crescere quel paese nell’interesse anche soprattutto del nostro».

La scena è andata in onda ieri sera, a Report su Rai3, nel reportage «Caviar democracy» di Paolo Mondani con la collaborazione di Cataldo Ciccolella, dedicato alle relazioni pericolose fra il regime azero e una parte della politica europea.

«Giornalisti in prigione, una fortuna nascosta a Panama, repressione degli oppositori politici, guerra al confine, amichevoli rapporti con l’occidente».

Questo lo scenario descritto nel programma, che ha messo a fuoco l’azione del governo del presidente Aliyev in Azerbaigian, il Paese del Caucaso ricco di idrocarburi e caviale.

Un Paese con cui, però, l’Italia fa affari da anni e che ci venderà il gas per riscaldare le nostre case, in arrivo sulle coste pugliesi con il gasdotto Tap.

E proprio un ex parlamentare italiano dell’Udc, Luca Volonté, è al centro di un’indagine della Procura di Milano riguardante gli oltre due milioni di euro provenienti dalla società di telecomunicazioni azera Baktelecom e finiti nelle casse della società Lgv e della Fondazione Novae Terrae, entrambe riconducibili al politico lombardo.

L’inchiesta di Report si sofferma in particolare nel ruolo chiave che avrebbe avuto lo stesso Volonté nel fallimento di un dossier del Consiglio d’Europa di denuncia della repressione del dissenso in Azerbaigian: l’assemblea ha bocciato il documento (uno scomodo rapporto sui prigionieri politici curato dal parlamentare Spd tedesco Christoph Strasser) pare grazie a un forte lavoro di lobbing da parte degli «amici» del regime azero.

«Il Consiglio d’Europa - ricorda Report - è la storica organizzazione che promuove i valori democratici e i diritti umani. Alcuni politici azeri hanno capito quanto le istituzioni europee siano fragili ed è proprio qui che nasce la cosiddetta diplomazia del caviale.

Secondo gli inquirenti milanesi il deputato italiano Luca Volontè avrebbe intascato una tangente di due milioni e trecentonovantamila euro per far bocciare un rapporto sui prigionieri politici sfavorevole al governo azero.

Indipendentemente dall’esito delle indagini, emerge chiaramente che un piccolo petrol-stato viene accolto in Europa sperando che cambi in meglio, diventando più giusto e più libero, ma alla fine a cambiare è l’organizzazione europea che - preda delle lobby – diventa sempre meno credibile. Un gran brutto segno per la democrazia», si legge nel sito della trasmissione diretta da Milena Gabanelli.

Il testo integrale della puntata di Report «Caviar democracy»

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