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«Punti nascita, deroghe possibili»

Il ministero: «Decide la Provincia»

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Mentre la Provincia forse sperava che fosse il ministero dell Salute a toglierle le castagne dal fuoco, con una parola definitiva sull'obbligo di chiudere i punti nascita negli ospedali periferici con meno di 500 parti l'anno, arriva da Roma una lettera del direttore generale della Programmazione sanitaria del ministero della Salute, Renato Botti , che offre qualche motivo di speranza a chi nelle valli si sta battendo perché si possa continuare a partorire anche a Cavalese e Tione, dove i numeri sono molto al di sotto dello standard minimo richiesto. La lettera, dell'11 giugno scorso, è una risposta della direzione generale all'associazione «Parto per Fiemme» che il 23 febbraio aveva scritto alla ministra Beatrice Lorenzin per sollecitare una deroga per l'ospedale di Cavalese. Il ministero ora ricorda che anche la Provincia di Trento ha firmato il 6 dicembre del 2010 l'accordo Stato-Regioni con l'impegno ad attuare «10 linee di azione per la ridefinizione dell'intero percorso nascita al fine di garantire alla madre e al neonato l'assistenza che si conformi a criteri di qualità, sicurezza, appropriatezza».

La prima di queste linee è appunto quella relativa alla «chiusura dei punti nascita con un volume di attività inferiore ai 500 parti/anno in quanto non in grado di garantire la migliore sicurezza per la madre e il neonato».
In riferimento, però, alla specifica situazione del Trentino, il direttore generale Botti nella sua risposta all'associazione della val di Fiemme dice che sostanzialmente spetta all'istituzione regionale (nel nostro caso la Provincia autonoma) «dare seguito alla riorganizzazione del percorso nascita, sulla base degli standard organizzativi, tecnologici e di sicurezza indicati negli allegati tecnici dell'Accordo, compresa la concessione di deroghe ai punti nascita con volumi minimi di attività, deroghe che sebbene previste dall'accordo, devono essere attentamente valutate sulla base di effettive e insuperabili difficoltà orogeografiche e della presenza di tutti gli standard riportati dal suddetto Accordo».

Insomma, il ministero della Salute non esclude che la Provincia possa concedere delle deroghe e che quindi possa tenere aperti dei punti nascita che non rispettano lo standard del numero minimo di parti, purché garantisca che in quegli ospedali periferici siano rispettati tutti i parametri di sicurezza richiesti e dunque evidentemente con una presenza di personale e di risorse adeguati.

La palla della decisione politica sembra venir rilanciata dal ministero alla Provincia anche se si avverte: «Il ministro della Salute non entra nel merito delle scelte strategiche adottate dalle Regioni e Province autonome, tuttavia, poiché lo Stato mantiene il ruolo di garante del diritto alla salute e dell'equità delle cure, rimane in capo al ministero della Salute verificare che l'erogazione dei livelli essenziali di assistenza (Lea) avvenga nel rispetto delle condizioni di appropriatezza e di efficienza nell'utilizzo delle risorse, nonché nel verificare che vi sia congruità fra le prestazioni erogate e le risorse messe a disposizione dal Servizio sanitario nazionale».

Qualche mese fa il presidente della Provincia, Ugo Rossi, e l'assessora alla salute Donata Borgonovo Re, insieme agli omologhi dell'Alto Adige, erano stati ricevuti dalla ministra Lorenzin proprio sul tema dei punti nascita. In quell'occasione Trentino e Alto Adige avevano consegnato la richiesta di poter sperimentare sul territorio il mantenimento di punti nascita nonostante il ridotto numero di parti.

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