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Così i trentini d'Australia

vivono il dramma degli incendi

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Tra i testimoni dell’Australia che brucia ci sono moltissimi trentini, alcuni emigrati decenni fa, altri negli ultimi anni per cercare fortuna in un Paese che li ha accolti a braccia aperte.
A causa degli incendi che da settembre devastano il Paese, ieri è morto un altro pompiere. Il numero delle vittime sale così a 26 ed è terribile che molti roghi siano stati provocati dall’uomo: le autorità hanno arrestato fin qui 183 persone tra cui 40 minorenni.
Il bilancio parla di un miliardo di animali morti - migliaia tra le specie protette, come i koala -, 8 milioni di ettari di bosco perduti e duemila case distrutte, soprattutto nel Nuovo Galles del Sud, sulla costa nord-orientale. Il fumo ha viaggiato per 12mila chilometri e ha raggiunto i cieli di Argentina, Brasile e Cile.
In tutto il mondo sono attive delle raccolte fondi che hanno già ottenuto alcuni milioni di dollari.

Don Ferruccio Bertagnolli, originario della val di Non, racconta al telefono che «i trentini più a rischio stanno a Myrtleford nello stato del Victoria». In quella città ce ne sono molti e hanno dovuto affrontare grossi problemi. «Sono nonesi», prosegue don Bertagnolli, «ma anche della Vallarsa (la famiglia Parmesan viene da lì) e poi ci sono i Michelini e i Pizzini di Rovereto». Sempre a Myrtleford c’è la famiglia di Franco Dondio, originaria della valle di Fiemme. «Proprio ieri Franco mi diceva che la settimana scorsa la polizia li ha avvisati di tenersi pronti: nel weekend potrebbero ricevere l’ordine di evacuazione». E se qualcuno non obbedisce all’ordine può finire in galera; non si scherza. E anche altre famiglie hanno ricevuto lo stesso avviso perché nei prossimi giorni è previsto che la situazione peggiori.

«La famiglia di Mario Mastronardo, originaria di Rovereto, vive a Ulladulla nel Nuovo Galles del Sud», conclude don Bertagnolli, «io invece abito a Melbourne ma siccome sono venuti a trovarmi dei parenti in questi giorni sono a Sydney. E c’è fumo dappertutto: il porto non si vede, la visibilità è ridotta a poche centinaia di metri. Il vento è fortissimo e provoca la caduta degli alberi già indeboliti dalle fiamme. Molti sono schiantati a terra ed è pericoloso mettersi in viaggio».
Francesca Falcone ha 35 anni e vive a Sydney a 5 chilometri dal centro città, vicino all’aeroporto. È in Australia dal 2016, prima vi era andata per una vacanza insieme al compagno ma è rimasta colpita dall’umanità e l’educazione di questo popolo e ha deciso di tornare per viverci. Francesca è nata a Londra, la mamma è londinese ma il papà è di Caderzone. Francesca ha una società nel settore delle costruzioni: l’obiettivo è di portare in Australia le eccellenze italiane nel campo dell’arredo d’interni.

«Domenica andrò con le amiche verso le Blue Mountains», racconta, «porteremo tanta acqua, coperte, lenzuola, barrette energetiche per i volontari e cibo non deperibile, tipo biscotti». Coperte e lenzuola vengono fatte a brandelli per ricavare dei piccoli “guanti” da mettere alle zampette degli animali, sopra le bende. «Gli animali si bruciano le zampe, che vengono bendate, ma loro strappano via le bende. Ecco perché ci vogliono dei guantini che le coprano. E poi raccogliamo e distribuiamo vestiti a chi ha perso tutto».

In Australia, prosegue Francesca, «la collaborazione tra la gente è commovente. Indescrivibile. In effetti sono rimasta per questo. Le persone si vengono incontro: la loro umanità ti conquista».
Ieri è stato difficile: il vento ha spinto tutto il fumo su Sydney. «L’incendio più vicino è a 200 chilometri da qui ma la città è avvolta da una specie di nebbia, l’aria è pesante e l’odore forte. Molte persone tengono la mascherina sul viso: certi giorni l’ho utilizzata anch’io», dice Francesca. E l’emergenza si sta trasformando in una battaglia politica: «La gente contesta le scelte fatte nel passato e ritiene che la questione del cambiamento climatico non sia tenuta nella dovuta considerazione. Siamo arrivati al punto che ci sono dei pompieri che si rifiutano di stringere la mano al primo ministro Scott Morrison», conclude.
Andrea Tomaselli è un valsuganotto di Strigno. In Australia ha conosciuto la sua compagna, che pure è primierotta, e hanno due figli. Andrea ha 55 anni ed è arrivato qui nel 1994 per dipingere murales e meridiane insieme alla pittrice Paola de Manincor, di cui era allievo. Ha deciso di rimanere e oggi è il titolare di una ditta che importa porfido («da Albiano»).

«Tutti gli anni scoppiano degli incendi in questo Paese», comincia, «ma quasi mai di queste proporzioni. Stavolta, almeno, non ho dovuto andarmene di casa. Nel 2009, invece, dovetti evacuare ma allora abitavo a valle, a un’ora da Melbourne, in una zona boschiva. Oggi invece vivo a 10 chilometri dalla città, il posto è urbanizzato e gli incendi non potranno mai arrivare fin qui».
Nonostante il disastro si stia consumando a quasi 200 chilometri da Melbourne, una cappa di fumo ha coperto la città per tre o quattro giorni. «Non si riusciva a vedere il sole», conferma Tomaselli, «le autorità consigliavano di indossare le mascherine soprattutto agli anziani e ai malati di cuore».

Ieri erano 23 gradi ma oggi, ad esempio, ne sono previsti 34. «E certe volte si arriva a 45, e quando si raggiungono simili temperature basta un niente perché scoppi un incendio: basta il riflesso del sole su un pezzo di vetro. Poi ci sono gli incendi appiccati dai cretini: ne hanno beccati molti, anche minorenni». E il vento aggrava la situazione. «Ci sono state raffiche molto forti, sembrava l’aria di un asciugacapelli sparata in faccia. Meno male che negli ultimi tre giorni ha dato una tregua. Ha piovuto, anche. Ma il problema di fondo è che il clima sta cambiando. Inutile nascondercelo», sospira Tomaselli.
Luca Ferone è di Trento, ha 38 anni ed è in Australia da 13. Ha cominciato cucinando pizze sul suo furgone super attrezzato - ora i food truck sono diventati due - e adesso ha aperto un ristorante italiano. Con i food truck lo si può trovare ai mercati, alle feste, ai matrimoni e ai festival. Tra un mese la compagna darà alla luce il loro primo figlio: lo chiameranno Diego.

«Vivo a Brisbane», dice, «a inizio estate qualche incendio c’è stato pure qui, su una collina vicina, ma niente in confronto a quello che sta succedendo adesso a duemila chilometri dalla mia città». Siamo in piena estate, oggi la temperatura è di 34 gradi ma a Penrith, a mezz’ora da Brisbane, l’altro giorno erano 49. La città più calda del mondo, hanno detto.

«Io e la mia compagna», riprende Ferone, «siamo andati a Sydney per le vacanze di fine anno. A 500 chilometri da Sydney, nell’area di Port Macquarie, i boschi ai lati della strada sono interamente bruciati. Il fortissimo calore ha fatto colare i cartelli e i segnali stradali e da alcune parti li hanno sostituiti con i cartelli digitali. C’era un terribile odore di bruciato. È così da ottobre, ormai».
I danni sono enormi, nessuno parla di quelli all’industria del latte ma chi ci lavora è molto preoccupato: «Un’industria già in crisi per la siccità», conclude Ferone, «che ora deve far fronte a massicci abbattimenti di bestiame».

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