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Stroncata da una malattia

e certamente non uccisa

la modella del processo Ruby

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È stata stroncata una malattia rara che quasi sempre non lascia scampo e che le era stata diagnosticata tre giorni prima di morire alla clinica Humanitas di Rozzano, nel milanese. Eppure subito dopo il primo marzo, giorno in cui l’aplasia midollare acuta l’ha uccisa costringendola ad atroci sofferenze, gli esiti di alcune analisi, in particolare una, avevano destato non poco allarme.

L’ipotesi, poi smentita dai successivi accertamenti, era avvelenamento con sostanze radioattive o metalli pesanti. Ipotesi che allora aveva anche un senso per via di una telefonata in cui lei al suo legale aveva spiegato: «Volevano farmi fuori».

Si chiude con una richiesta di archiviazione l’indagine per omicidio volontario della Procura di Milano sul caso di Imane Fadil, la modella marocchina tra i testi chiave nei vari filoni del processo Ruby. A dare conto della vicenda, che all’inizio pareva essere un ‘giallò, sono stati oggi il procuratore della Repubblica Francesco Greco, con l’aggiunto Tiziana Siciliano e i pm Antonia Pavan e Luca Gaglio, in una conferenza stampa in cui sono stati illustrati gli esiti della consulenza tecnica da loro disposta. Il caso, ricostruito nel dettaglio dai magistrati, all’inizio, aveva «allarmato» non solo per i metalli pesanti, la pirdina e le sostanze radioattive inizialmente trovati nel sangue e nelle urine della giovane donna, ma anche per una conversazione tra lei, ricoverata in ospedale, e l’avvocato che allora la seguiva, Paolo Sevesi, datata 12 febbraio. In pochi minuti lei, con voce sofferente, aveva raccontato quel che uno dei medici del reparto le aveva comunicato: dai risultati pareva che qualcuno l’avesse «avvelenata e noi pensiamo che ci sia una sorta di complotto nei suoi confronti».

«Ma io lo sapevo già, - prosegue la conversazione di cui è stato fatto ascoltare l’audio - che sentivo questa roba qua, che volevano cioè avvelenarmi e farmi fuori». E davanti allo stupore dell’avvocato che aveva ammesso di non aspettarselo, la replica di Imane: «Io invece sì, lo sapevo. Perchè stavo morendo, eh! Io sapevo che qualcuno mi ha fatto qualcosa». Ad alimentare i sospetti anche la testimonianza di un amico della 34enne che ha parlato di uno stato di salute che «è andato progressivamente e rapidamente degenerando» dopo una cena del 13 dicembre dell’anno scorso.

A ribaltare il quadro, dopo l’esame autoptico - effettuato inizialmente con le precauzioni opportune per i timori di contaminazioni dato era stato rilevato «un movimento positivo di onde alfa con una frequenza radioattiva vicina a quella del polonio» scartato in seguito ad approfondimenti - è arrivata la relazione consegnata nei giorni scorsi ai pm dal pool di esperti di medicina legale, guidati da Cristina Cattaneo. Gli esperti hanno stabilito che a uccidere la ragazza è stata l’aplasia midollare acuta - anche se è rimasta ignota la causa di questa malattia di cui in Italia ci sono 50 casi all’anno - ed escluso ogni responsabilità dei medici dell’Humanitas. E questo perchè «anche se le scelte terapeutiche degli ultimi giorni, successive alla diagnosi formale (...) non sono state coerenti (...), si deve considerare che qualunque corretta terapia immunosoppressiva, con o senza trapianto di midollo osseo, avrebbe richiesto molte settimane prima di poter modificare la storia clinica naturale di questa malattia». In sostanza quando si è capito di cosa si trattava, era troppo tardi.
Secondo Mirko Mazzali, legale della famiglia della modella, «le scelte terapeutiche non sono state azzeccate» e sebbene la consulenza abbia «escluso la colpa medica, il fronte delle terapie deve essere approfondito e la famiglia farà di tutto per sapere come è morta Imane». È attesa l’opposizione alla richiesta di archiviazione della Procura.

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