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Il centrosinistra in Emilia
ha fatto il “minimo”

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Il centrosinistra in Emilia ha fatto il “minimo”

Egregio direttore, pur trovandomi in disaccordo nei contenuti, leggo solitamente con interesse i suoi editoriali perché le riconosco quella lucidità razionale propria del “giornalismo sano”.

Il 25 gennaio la sinistra governava entrambe le regioni al voto e il 27 gennaio ne governa solo una, quindi rifletterei con più prudenza su chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso dalla giornata di domenica, peraltro dove vince il centrodestra lo fa di 25 punti, dove perde, invece, di 4; premesso questo, è semplicistico dipingere Salvini come una sorta di generatore automatico di slogan, e non fa onore né ad una coalizione che governa 13 regioni su 20 (tra cui, da sempre, le due più produttive) né, tanto meno, agli elettori che quella coalizione l’hanno votata, soprattutto a 125 mila trentini che, piaccia o non piaccia, hanno voluto la Lega al governo della Provincia autonoma di Trento.

L’analisi della sconfitta va calata nel contesto in cui si è consumata: la regione più rossa, dove da 70 anni la sinistra governa e si infiltra in modo capillare in ogni settore sociale, con un sistema quasi cupolare; per la sinistra perdere in “casa propria” sarebbe stata la sconfitta totale, vincere era il minimo sindacale per la sopravvivenza. Contro un potere così consolidato, tanto capillare da essere infestante, non si poteva candidare una persona priva di qualsiasi esperienza amministrativa, questo è stato l’errore principale della coalizione, contrapporre al secondo governatore più amato d’Italia una figura ombra, sconosciuta e non stimata. La vittoria è stata la vittoria di Bonaccini, sua personale, che ha tenuto a distanza di sicurezza tutti i leader nazionali del Pd neanche fossero untori, e ha fatto di tutto per non sembrare di sinistra.

L’Emilia dovrebbe servire da monito per il centrodestra trentino, in direzione comunali: posto che qui a contrapporvisi non è un governatore esperto o un amministratore con particolari qualità apprezzabili, ma un sindacalista della Cgil, il candidato della coalizione deve essere l’opposto di questo, cioè un alto profilo, un uomo delle imprese o un professionista.

Francesco Dellagiacoma


 

La libertà di pensiero è la cosa che più conta

Non le chiedo evidentemente di condividere tutti i miei pensieri e i miei editoriali: gli uni e gli altri servono ad offrire spunti di riflessione, non ricette definitive. Io, per esempio, condivido invece la chiusura della sua analisi. Per battere Ianeselli il centrodestra ha bisogno di un candidato che in un certo senso si sia già opposto, nella vita professionale, all’ex segretario della Cgil (ad esempio un uomo delle imprese, come dice lei). Ma la rivoluzione vera sarebbe contrapporgli una donna ancora più giovane: una scelta rivoluzionaria.

Se rilegge invece il mio editoriale, coglie che attribuisco la vittoria proprio a Bonaccini, come lei. Continuo lo stesso a pensare che Salvini avrebbe potuto vincere, con toni diversi e senza suonare campanelli: perché gli elettori di una terra amministrata da tempo - bene, dati alla mano - dal centrosinistra avevano bisogno, per cambiare idea, di un’offerta nuova e diversa. Fatta di progetti concreti e non, appunto, di slogan. Il risultato di Fugatti - e la sua campagna elettorale è stata emblematica, in tal senso - conferma proprio questo: che un’alternativa è quasi sempre possibile, ma non se è basata sull’urlo. Mi lasci infine dire che il giornalismo è sano quando è libero. E la libertà di pensiero è da tanto tempo la cosa che più conta, in questo giornale.

a.faustini@ladige.it

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