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Bocciature al Prati: la colpa
non è degli insegnanti

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Bocciature al Prati: la colpa non è degli insegnanti

Bocciature: è davvero colpa degli insegnanti? Mi permetto di scrivere per replicare da studente del Prati a quanto scritto dall’alunno di quinta C. Innanzitutto credo non si dovrebbe approfittare della possibilità offerta dal quotidiano di esprimere la propria opinione per attaccare giustamente o ingiustamente un proprio insegnante, dei cui voti guarda caso l’alunno scrivente non pare essere soddisfatto. Tra l’altro anch’io ho avuto il professor Ceschi come docente di greco e latino in quinta ginnasio, e nella mia classe ha invece compiuto un lavoro molto apprezzato. Indubbiamente è stato necessario, e continua ad esserlo con altri insegnanti, rimboccarsi le maniche e studiare molto, ma al liceo classico Giovanni Prati ritengo sia giusto così. Sappiamo che la nostra scuola richiede dedizione e una forte motivazione. I numerosi abbandoni e bocciature al ginnasio dimostrano che questa richiesta non viene adeguatamente recepita all’interno del programma di orientamento. Andrebbe considerata la possibilità che l’insuccesso di molti studenti sia dovuto a una loro mancanza di interesse o di studio, o semplicemente al fatto di aver scelto la scuola sbagliata. Da quanto scritto dall’alunno di quinta C sembra invece assodato che la colpa sia degli insegnanti.
Concludo ricordando che il famigerato metodo Orberg citato nella lettera viene insegnato perché convalidato dalla scuola, e non per decisione di alcuni docenti.

Dario Galante
Studente della IIC del Liceo G. Prati


 

Giusto dibatterne sul giornale

Caro Dario, rispondo a te e in un certo senso anche al professor Brocchieri. Nessuno s’approfitta del giornale: l’Adige è una palestra di libertà, un luogo dove tutti - se hanno qualcosa di intelligente da dire - possono intervenire. Se un giudice (parola grossa) e un colpevole c’è, quel colpevole sono io e solo io, perché decido io - con tutti i miei limiti - che editoriali vanno in prima pagina.
Qui non ci sono le cattedre e i banchi. Non ci sono maestri e discepoli. Non ci sono soggetti che possono parlare e soggetti che non possono nemmeno pensare di poterlo fare. Non servono nemmeno avvocati dell’accusa o della difesa, su queste pagine. Si ragiona. Ma lo si fa ad alta voce. Condividendo le parole che si scrivono con ogni lettore. E la lettera dello studente di cui stiamo parlando si inseriva in un dibattito, a mio avviso molto interessante, aperto proprio dal professor Ceschi.
In qualche riga c’era forse qualche calcio negli stinchi del professore, ma penso che faccia parte di una normale e utile dialettica.
Chi si iscrive al Prati, e penso d’aver titolo per parlarne considerato che entrambe le mie figlie hanno fatto, come ben sai, quella scuola, sa benissimo a cosa va incontro (salvo casi di studenti che arrivano probabilmente da un altro pianeta, che pur ci sono, evidentemente).

E anche per questo è utile che ci sia un franco dibattito sulle bocciature. E lo è ancor di più in una terra che ha per così dire abolito gli esami di riparazione e in alcuni casi, ma non al Prati, anche le bocciature.

La mia, si badi bene, non è esattamente una provocazione: è una considerazione che nasce dal confronto con molti docenti (di ogni ordine e grado, come si usa dire in questi casi), ottimi professori che mi dicono che ormai bocciare è difficilissimo.


Al Prati, liceo che per diverse ragioni (giuste o sbagliate) è considerato una sorta di diamante della scuola trentina, forse non piace finire sul giornale. Ma io lo trovo invece molto utile. E spero che questi articoli, questi editoriali, queste lettere finiscano anche sulla scrivania della dirigente e su quella dell’assessore: perché la scuola non deve mai avere paura delle idee, dei confronti, anche degli scontri. Perché al Prati s’impara prima di tutto a pensare. Con le maniche rimboccate, non c’è dubbio.

a.faustini@ladige.it

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