Per papà, mamma e due bimbi una quarantena di 72 giorni Al più piccolo, 7 tamponi

di Giorgio Lacchin

«Una... settantena , è stata».

Altro che quarantena!

«Settantadue giorni chiusi nell’appartamento, dal 23 marzo al 2 giugno, io, mia moglie e i due bimbi di 9 e 5 anni».

Condominio?

«Condominio. Con un balcone, e basta».

Marino Milisci è sollevato, adesso, la voce rilassata, il tono riflessivo. Le parole, meditate a lungo, escono sicure, nette, come una nota di pianoforte solitaria il cui suono è lasciato riverberare, senza ostacoli. Marino è operatore sanitario alla casa di cura Villa Regina di Arco, ma anche naturopata con un ambulatorio di cromopuntura, sua moglie Giuditta Aliperta funzionario in Provincia, poi ci sono i figli Andrea, il più grande, e Oscar, il piccolo. Vivono a Riva del Garda e hanno sconfitto il Coronavirus, tutti e quattro.

Quattro a zero e palla al centro.

«Già, si ricomincia».

Marino, cosa l’ha colpita di più in questo tempo?

«La forza dei nostri figli. La gioia. Non l’hanno mai persa. Da dove la tirassero fuori, Dio solo lo sa! Qui si è continuato a ridere, giocare, saltare, nonostante anche loro ne abbiano passate di tutti i colori! Pensi che al piccolo hanno fatto sette tamponi».

Sette!

«Sì. Uno risultava negativo, un altro positivo... finché, finalmente, ne sono usciti due negativi consecutivi».

Povero Oscar, è stata una tortura.

«All’inizio dovevamo tenerlo in tre».

Ovvio.

«Non è uno scherzo: entrano dal naso e arrivano alla gola. Un bimbo di 5 anni! Ma le ultime due volte, da non credere: Oscar chiedeva un attimo di tempo...».

...un bel respiro...

«...chiudeva gli occhi, puntava gli indici alle tempie e diceva okay, sono pronto, la mamma lo abbracciava e un attimo dopo era tutto finito».

Che forte!

«E diceva grazie!, Oscar. Ringraziava l’infermiera. E lei era stupefatta, non voleva crederci».

Il coraggio di Oscar, di Andrea, è stato la vostra luce.

«L’ho detto. Io... davvero... non so...».

Ehi, lei si sta commuovendo.

«No... è la voce... un attimo...».

Grande, Marino.

«Questo rallentamento obbligato ha fatto sì che ci riscoprissimo: come famiglia, proprio, di quattro persone. Guardare dentro noi stessi, la nostra vita, a volte spaventa. Io ci sto bene, per la verità, grazie anche al pianoforte, i libri, la scrittura, e Giuditta ha il canto e il volontariato. Abbiamo tanti stimoli, quindi, ma noi adulti dipendiamo comunque dall’esterno, dalla vita fuori, dal lavoro. La settantena , però, mi ha fatto capire che abbiamo risorse talmente grandi, in famiglia, dentro di noi, da poter affrontare il futuro con serenità».

Le prove superate vi danno una marcia in più.

«Riacquisti calma, sicurezza, fiducia. Affronti in maniera diversa il presente e il futuro. E il rapporto tra noi e i nostri figli è maturato di molto. Ci siamo conosciuti meglio - sembra incredibile ma è così - e si è creato per davvero un altro tipo di rapporto: Oscar, prima, era più capriccioso; ora è più ragionevole, ad esempio. Lo abbiamo seguito moltissimo e lui è cresciuto un sacco».

Non avevate mai passato così tanto tempo insieme.

«Mai. Con tutte queste prove! poi. Proprio mai, neppure con mia moglie. Neppure da fidanzati».

Ma dica, Marino, quand’è che tutto è cominciato?

«A fine febbraio sono entrato in contatto con pazienti positivi: nessuno sapeva lo fossero, e nessuno, di conseguenza, indossava i dispositivi di protezione».

Quando lo ha scoperto cos’ha fatto?

«Ho chiamato gli uffici competenti ma ho ricevuto sempre la stessa risposta: se non ha sviluppato i sintomi deve continuare a lavorare perché lei è un operatore sanitario. Questo mi dicevano».

E cos’ha pensato?

«Le dico cosa penso adesso».

Va bene.

«Penso che io e la mia famiglia siamo stati fortunati, vista l’odissea patita da tanti altri. E un’altra cosa: quanto di tutto questo poteva essere evitato? Non voglio fare polemiche, conosco le difficoltà del comparto sanità, ma la domanda ronza nella testa da un po’».

Il virus, insomma, alla fine si manifestò.

«Il 23 marzo. Il 22 marzo ho fatto il turno di notte a Villa Regina e la mattina dopo mi sono svegliato con 39.5 di febbre e una fortissima nevralgia».

Pure.

«Se è per quello, la nevralgia dura tuttora, in maniera migrante, nel corpo».

Nel senso che viaggia da parte a parte?

«Esatto. Ora ce l’ho alla spalla destra, ma ha colpito anche il braccio sinistro e il nervo sciatico».

Sarà molto doloroso.

«Il virus colpisce il sistema respiratorio ma nel mio caso ha preso il sistema nervoso; la mia dottoressa dice che succede. Sono rimasto bloccato a letto con la febbre per una settimana, e più di un mese fermo, inabile, con un senso di spossatezza inenarrabile addosso. Il guaio è che nel giro di qualche giorno anche mia moglie ha manifestato i sintomi del virus».

E i bambini?

«Nella prima settimana di aprile. Tonsillite, febbre, tosse, per cominciare».

Un disastro.

«Ci siamo trovati entrambi inabili con i bimbi da accudire. E la didattica a distanza, nel caso di Andrea, ma devo dire che le maestre hanno capito la situazione e sono state bravissime. Molto carine».

Come avete fatto per tutto il resto?

«Per cucinare ci trascinavamo in cucina a turno. E poi gli amici».

Non avete parenti vicino a voi?

«No. Siamo napoletani, viviamo qui da 8 anni, ma abbiamo degli amici straordinari, una rete sociale che ci ha assistito. Ogni giorno, per 72 giorni, gli amici hanno fatto la spesa per noi, l’hanno lasciata fuori dalla porta».

Davvero bellissimo.

«Anailde, una vicina di casa brasiliana, e Maurizio andavano a prendere le medicine e facevano la spesa tre volte alla settimana».

Da farci un monumento.

«Così, piano piano, ne siamo usciti».

E il 3 giugno, finalmente, la prima passeggiata.

«Al ritorno eravamo distrutti».

Non siete più abituati.

«Tono muscolare da ricostruire».

Si risolverà anche questo.

«Questo è facile, a confronto col resto».

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