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La vera battaglia contro il coronavirus

si combatte nelle RSA e case di riposo:

poco personale, tanti morti, è emergenza

Ieri 13 vittime, e ora si cercano infermieri pensionati come "volontari"

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 Era il 7 marzo scorso, solo 19 giorni fa, e la giunta provinciale teneva duro ostinatamente sul consentire ai familiari degli anziani in RSA e Case di riposo di andare a trovarli. Una linea politica che a lungo andare - osteggiata con forza e fermezza dagli enti gestori Upipa e Spes - si è rivelata per quello che gli esperti già sapevano: la possibile anticamera di una vera epidemia fra gli anziani nel settore, che oggi è il principale fronte di guerra al coronavirus.

IL 7 MARZO: RSA APERTE AI PARENTI. Il 6 marzo erano arrivate le linee guida nazionali, che ordinavano la chiusura al pubblico di tutte le RSA e Case di riposo. Non la pensavano allo stesso modo in Provincia dato che nelle linee guida che recepivano il decreto governativo, Fugatti e colleghi assessori avevano «ammorbidito» il divieto aprendo la possibilità di visitare gli ospiti delle case di riposo a familiari, persone incaricate dell’assistenza individuale o visitatori ma limitando tali visite a una al giorno per ogni ospite.

Cosa aveva detto la giunta quel giorno in conferenza stampa? «Abbiamo recepito le richieste della popolazione trentina - parole dell’assessore alla salute Stefania Segnana - che ci sono state espresse in tante telefonate. Ci sono persone che devono entrare nelle strutture per assistere i propri anziani. Come mi ha detto oggi una signora, “mia mamma non mangia se non la imbocco io”». Delle "tante telefonate", però, Segnana alla fine ne citava una sola: "una signora che mi ha chiamata era molto preoccupata".

L'OPPOSIZIONE DEGLI ENTI GESTORI. La risposta dei gestori - quel giovedì - fu durissima. Con un comunicato congiunto firmato dalla presidente di Upipa, Francesca Parolari, e da quella del gruppo Spes, Cecilia Nicolini, che assieme rappresentano la quasi totalità delle Rsa trentine, si rigettava l’ordinanza annunciando che non sarebbe stata rispettata e che si  sarebbe dato  invece applicazione alle indicazioni di Roma, confermando la chiusura. Upipa e Spers ritenevano infatti che le linee guida della Provincia «non abbiano il valore giuridico di un’ordinanza, non abbiano validazione scientifica e siano in contrasto con le misure di sicurezza per garantire la riduzione del rischio di contagio all’interno delle strutture che ospitano anziani fragili e maggiormente esposti». Da qui la decisione di non applicarle e continuare a limitare l’accesso al solo personale sanitario e assistenziale delle strutture, «poiché pienamente in grado di garantire l’assistenza richiesta».

Quanto alle indicazioni “morbide” della Provincia erano state immediatamente inviate all’Istituto Superiore di Sanità per avere una indicazione sulla loro applicabilità e per un parere scientifico. Ma ancora una volta la giunta andava avanti per la sua strada: «Abbiamo il parere legale - aveva ribadito Fugatti - e la nostra ordinanza è pienamente legittima. Ribadisco inoltre che la competenza primaria è della Provincia, non comprendiamo l’atteggiamento di Upipa e Spes». Un concetto ribadito anche dal Dirigente della sanità pubblica, il camilliano Ruscitti, che arrivò a dire: «La posizione degli enti ci ha lasciato alquanto perplessi».

LA SITUAZIONE OGGI. Oggi nelle Rsa e case di riposo passa la prima linea. Dei 18 morti nelle ultime ore, 13 erano in Rsa. Con focolai preoccupanti ad Arco, Riva del Garda e Pergine Valsugana. Ma contagi anche in altre strutture un po' in tutto il Trentino.  Sono 11 donne e 7 uomini dai 74 ai 99 anni. Tre sono deceduti in RSA a Mezzolombardo, 4 in RSA a Pergine, 2 in RSA a Dro, 2 a Villa Regina, 1 in RSA a Pinzolo, 1 in RSA a Ledro.  "Stanno morendo i nostri nonni - ha detto Fugatti - una generazione che ha costruito il Trentino, e a cui dobbiamo molto".

Altri 5 decessi di ieri sono avvenuti negli ospedali di Tione, Trento, Cles e Rovereto. In totale, nelle case di riposo trentine si contano 384 casi. E fra i contagiati ci sono infermieri e operatori.

"La situazione delle RSA per quanto riguarda la mortalità è delicata e in progressione. Tuttavia dobbiamo valutare aspetti relativi a nuovi casi e nuovi contagi e, anche oggi, dobbiamo registrare un rallentamento nel numero di infezioni che si sono verificate. Abbiamo un +8 casi rispetto ieri, che porta il totale a 384 casi cumulativi" ha detto ieri sera Enrico Nava, direttore dell'Integrazione socio sanitaria dell'Apss.  "Nelle RSA ci sono forti difficoltà. In certi casi c'è anche un'assenza del 50% del personale dedicato. Noi cerchiamo di fare degli sforzi e domani due unità di personale infermieristico andrà a lavorare nella rsa di Arco per dare una mano", ha aggiunto il direttore generale dell'Azienda sanitaria, Paolo Bordon.

"Nei cluster importanti dell'Alto Garda (Villa Regina, Casa di Riposo di Riva, di Dro, casa di cura Eremo, ndr) dobbiamo dedicare la massima attenzione. Se poi le strutture private accreditate aprono posti letto Covid con proprio personale ci danno una mano perché allentano la pressione sui nostri ospedali, che sta crescendo, perché all'inizio avevamo 280 posti letto, poi 316, poi 380, poi 480. Quindi una fase di implementazione continua", ha aggiunto Bordon ieri sera.

INFERMIERI E OPERATORI ALLO STREMO - "La situazione è drammatica con i focolai che si stanno estendendo in molte rsa trentine e dove le assenze di infermieri e di operatori socio sanitari per malattia o positività ai tamponi arrivano in alcune strutture anche al 50%. Questo determina per il personale in servizio turni prolungati con carichi assistenziali ed emotivi elevatissimi.  Nelle strutture maggiormente colpite gli infermieri sono allo stremo ed esprimono esaurimento delle forze". Il presidente Daniel Pedrotti interviene a nome del consiglio direttivo dell'Ordine delle professioni infermieristiche della Provincia Autonoma di Trento e chiede tutela e sicurezza per gli operatori.

"L'aspetto più pesante in questi lunghissimi turni, oltre ai carichi di lavoro non più sostenibili, è il rapporto con gli ospiti, non possono vedere nessuno se non noi infermieri dietro maschere di protezione. Ci guardano, con quegli occhi impauriti. Anche noi abbiamo paura, tantissima". Molti di questi infermieri sono mogli e mamme, non vedono i figli da giorni, perché hanno deciso di non andare a casa per tutelarli da un possibile contagio e si possono vedere e salutare solo in video chat.

L'Ordine "prende atto e ringrazia degli sforzi la Giunta provinciale e l'Apss", ma "rinnova l'appello a gran voce" affinché siano tutelati anche gli infermieri e gli operatori delle RSA.

Cercansi infermieri volontari. La situazione è talmente grave, che l'Azienda Sanitaria ha già disposto il rinforzo del personale nelle RSA. Dieci unità sono state mandate a Villa Regina. Altri due infermieri prenderanno servizio oggi ad Arco, ma è chiaro che portano via personale prezioso ai reparti di rianimazione e terapia intensiva. Di qui la mossa disperata: un appello agli infermieri pensionati affinché si offrano volontari per lavorare nelle RSA dove c'è il contagio. Il dottor Ruscitti, a capo della Sanità Pubblica, ha lanciato ieri sera l'appello. "Abbiamo bisogno di infermieri, di quelli che sono andati in pensione negli ultimi due anni: abbiamo bisogno di loro nelle RSA, e li preghiamo, come hanno fatto i medici nella scorsa settimana, di mettersi in contatto con la nostra Azienda Sanitaria, che poi li possa indirizzare alle RSA più bisognose".

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