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La dottoressa trentina a Beccara

«In prima linea a Cremona

positiva, voglio tornare al lavoro»

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In primissima linea, nel Pronto Soccorso di Cremona. Ha visto centinaia di pazienti, ha visto "nascere" e purtroppo crescere la pandemia. Ha vissuto lo sconforto e la fatica, ha visto la morte nella solitudine. Poi il collega intubato e anche il suo tampone che ha dato esito positivo. Ora sta finendo la quarantena, sta bene. «Non vedo l'ora di tornare in corsia a dare il mio contributo».
Lei è Lia a Beccara, di Trento, gli studi superiori al Prati e poi la laurea in Medicina a Verona. Per amore è a Cremona, dove si è sposata con Massimo e dove è rimasta a vivere, insieme ai figli Nora, di 10 anni, ed Ettore, di 7. È responsabile dell'unità semplice del Pronto Soccorso dell'ospedale, sotto la guida del dottor Cuzzoli.
Lei è uno degli eroi...
No. Sono un medico. Facciamo il nostro lavoro: ognuno di noi ha giurato "di prestare soccorso nei casi d'urgenza e di mettermi a disposizione dell'Autorità competente, in caso di pubblica calamità", come dice il giuramento di Ippocrate. Certamente questa epidemia rappresenta una situazione anomala e il personale sanitario viene percepito come una difesa nei confronti della malattia, ma stiamo solo adempiendo al nostro dovere.
Grazie! Allora dottoressa, lei era al lavoro quando tutto è iniziato?
Ero in ospedale nel turno di notte, sarà stata l'una, quando Morgan, soccorritore della Croce Verde, ci ha fatto sapere che quattro mezzi di soccorso erano stati inviati all'ospedale di Codogno ed erano lì fermi ad aspettare indicazioni. Era arrivata la diagnosi di Mattia. Era il 21 febbraio e da quel momento sono passati tanti giorni. Adesso che sono a letto e sto guarendo dalla polmonite da Coronavirus, che mi ha succhiato via tutte le forze, come fanno delle onde giganti che ti sbattono e ti risbattono sulla spiaggia, sto ripensando a tutto quello.
Siete stati tra i primi, e tutto è arrivato all'improvviso.
A Cremona è arrivato uno tsunami, si può dire che con Codogno e Lodi siamo stati i primi a essere investiti dall'epidemia, ancora inconsapevoli di quanto sarebbe potuto accadere. E per continuare la metafora del mare, nei giorni che sono seguiti sembrava veramente di svuotare l'oceano con un cucchiaino. I malati continuavano ad arrivare e tutti avevano la polmonite e moltissimi avevano un'insufficienza respiratoria. Lavoravamo "in serie", facendo entrare in open space i pazienti da visitare e a cui far fare esami, emogas, raggi.
Persone che stavano male.
Tutti in condizioni cliniche simili, quasi tutti da ricoverare: ma ne accettavamo venti a turno e altre quaranta erano ancora in Pronto soccorso ad aspettare il posto letto. L'ospedale ha aperto tutti i posti possibili, ha reclutato tutti gli infermieri possibili. Ortopedici e chirurghi, al di là della specializzazione sono venuti in Ps a dare una mano e molti di loro si sono poi contagiati.
E voi medici avete l'ingrato compito di comunicare loro la diagnosi.
I pazienti che soffrono di insufficienza respiratoria ispirano sempre una grande pena, così come ispira pena enorme il terrore nei loro occhi nel momento in cui si comunica la probabile diagnosi. Ricordo tutti quei visi, sfigurati nella loro fisionomia dalla mascherina dell'ossigeno. E le espressioni di sconforto, il suono di mille colpi di tosse che risuonano nella mente. La consapevolezza che alcuni di quei pazienti, i più fragili, i più anziani, non ce la faranno. Vite scivolate via, senza il conforto della presenza dei propri cari. Nonni morti senza rivedere più i nipoti, senza poter affidare ai figli il loro addio alla vita.
Anche tanti medici e infermieri si sono ammalati.
Il senso di smarrimento è diventato ancora più tangibile quando si è aggiunta la notizia che avevano intubato il mio collega Antonio, più giovane di me e da poco diventato papà per la seconda volta. Fragile, esposto e soggetto alle decisioni di altri, che per noi medici è una cosa molto faticosa da accettare. Sapere che la moglie, medico, era perfettamente consapevole di quello a cui stavano andando incontro, saperla angosciata con due bambini piccoli, uno di tre mesi. In quel momento mi sono ammalata anch'io…
Adesso come state?
Antonio è guarito. Estubato e dimesso. Ci vorrà molto tempo perché si riprenda, mi dice che fare il giro intorno al letto per lui al momento è come correre la maratona di New York. Per tutti ci vorrà molto tempo. Ci vorrà il tempo perché le cose finiscano, ci vorrà il tempo per ricordare e piangere chi non ce l'ha fatta, ci vorrà il tempo per ripartire, per aiutare chi è più in difficoltà. Il dolore va attraversato.
E lei come sta dottoressa?
Bene, ogni giorno ho ripreso un po' di forze. Sto aspettando i tamponi per verificare di essere negativa e poi tornerò a lavorare, voglio dare una mano. Ma prima potrò abbracciare e baciare i miei bambini. Il loro "prendersi cura" di me è stata la terapia più efficace, come lo è la speranza di poter uscire di casa in un giorno fresco di sole, guardare gli altri negli occhi da vicino, abbracciarci e piangere e urlare "ce l'abbiamo fatta!".
Nel dramma questa emergenza ci lascerà degli insegnamenti: qual è il più importante?
Vedere tutti i miei colleghi, gli infermieri e gli Oss darsi da fare, insieme, per fronteggiare questa emergenza, sorridere nonostante tutto, affrontare la fatica e la paura insieme e starmi vicino quando poi ho avuto bisogno è stato un insegnamento di solidarietà, di senso etico del lavoro, di forza personale interiore e di senso della comunità.
Trento le manca?
Amo tantissimo Trento, un amore che cresce mano a mano che invecchio. Ogni volta che ritorno per trovare i miei a Povo, con i filari di viti davanti, il prato davanti al Bondone, quando attraverso piazza del Duomo, per andare a comprare qualcosa nel mio negozio preferito di sempre, in vicolo San Marco dalla Lory, mi viene il magone per tutta la bellezza e l'eleganza della mia città.
 
 
 
 

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