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Mattia, morto a 19 anni, ricattato su internet

Inchiesta per istigazione al suicidio

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Istigazione al suicidio. È questa l’ipotesi di reato sulla quale si sta muovendo la procura di Trento per fare luce sulla drammatica morte di Mattia Bezzi, il 19enne di Ossana che lo scorso 3 settembre, dopo essere stato ricattato su internet per alcune immagini, si è tolto la vita.

L’indagine, affidata alla polizia postale, è per ora a carico di ignoti, ma sono partiti subito gli accertamenti per riuscire a dare un nome e un volto a chi, magari nascondendosi dietro un falso profilo, ha attirato il giovane in questo laccio infernale.

Per questo sono stati disposti dalla procura una serie di accertamenti tecnici irripetibili - con la nomina di un difensore d’ufficio per ora di ignoti, l’avvocato Erica Orazietti, presente al momento del conferimento dell’incarico - sia sul telefono cellulare che sul computer del ragazzo, al fine di risalire all’autore (o agli autori) del ricatto sessuale.

A raccontare quanto accaduto a Mattia è stato il padre Guido, annichilito da un dolore che si fa fatica perfino ad immaginare, ma convinto che si debba parlare della storia di suo figlio, per evitare che altri giovani vengano schiacciati dal cyberbullismo. «Voglio che la storia di mio figlio sia di aiuto per chi, come lui, è vittima di un ricatto», ha detto, invitando ad uscire dal silenzio e denunciare.

Quanto è successo a Mattia, infatti, è purtroppo un copione che troppo spesso si ripete: un’amicizia sui social, uno scambio di foto e poi il ricatto. E così, quello che sembra un innocuo rapporto virtuale, prende all’improvviso la forma di una trappola reale, che rischia di stritolare le anime più fragili e sensibili.  «Mio figlio era vittima di un ricatto sessuale online su Facebook e su Instagram - ha spiegato il papà - Ha accettato l’amicizia sbagliata di una ragazza, ma chissà chi si nasconde dietro al quel profilo, che credo non conoscesse neppure. Le ha mandato una sua fotografia e lei ha iniziato a ricattarlo. Chiedeva soldi per non diffondere delle immagini pornografiche, dei fotomontaggi che lo ritraevano. Mattia aveva un forte senso dell’onore e sapeva di essere stimato e apprezzato dalla comunità. Quando ha capito che questa gente stava iniziando a diffondere queste immagini, non l’ha sopportato».

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