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In Trentino 1.500 anziani senza aiuto

Case di riposo: 600 sono rimasti fuori

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In Trentino ci sono oltre 23 mila anziani «fragili», cioè persone con 65 anni o più che sono autonome nelle funzioni fondamentali della vita quotidiana come mangiare, vestirsi, essere continenti, ma hanno difficoltà nelle cosiddette attività strumentali come preparare i pasti, assumere farmaci, andare in giro da soli. Il 94% di essi riceve aiuto, ma questo carico di cura e di assistenza è per lo più sostenuto dalle famiglie, molto meno dai servizi pubblici e del privato sociale. Restano comunque fuori da ogni sostegno circa 1.400 persone.

Poi ci sono gli anziani disabili, coloro cioè che non sono in grado di svolgere una o più delle funzioni fondamentali della vita quotidiana: in provincia sono più di 11.500, quasi tutti (il 99,3%) aiutati, in primo luogo dalla famiglia ma anche da istituzioni e assistenza pubblica e privata. In questo caso sono meno di 100 le persone senza alcun sostegno. In tutto quindi, nonostante la rete di aiuto trentina sia molto più fitta che nel resto d’Italia, circa 1.500 anziani rimangono soli e senza sostegno alcuno.

Il quadro aggiornato al 2018 della fragilità dell’essere anziano è ricavato da Passi d’Argento, il sistema di monitoraggio delle condizioni della popolazione anziana in Italia curato dall’Istituto superiore di sanità. In Trentino, dice l’Ispat, gli ultrasessantaquattrenni sono, al primo gennaio di quest’anno, 119.381, cioè 2.100 in più dell’anno scorso. Di essi, secondo Passi d’Argento, il 29,3%, cioè quasi 35 mila persone, ha qualche problema di salute e, in particolare, il 19,6% sono anziani fragili e un altro 9,7% disabili.

L’aiuto in famiglia e il ricorso alle badanti non basta. Le 51 case di riposo trentine, 43 delle quali aziende pubbliche, le altre private ma gestite per lo più da cooperative sociali, ospitano 4.500 anziani non autosufficienti. Ci sono però circa 600 richieste non soddisfatte di posti in residenze per anziani, tra le quali 200 nel Comune di Trento (l’Adige di venerdì). Non si tratta di vere e proprie graduatorie, dato che l’ammissione avviene in base alla gravità della situazione e del bisogno. Esprimono però comunque una domanda, tanto che in diversi casi si chiede anche di accedere ai posti non convenzionati delle case di riposo, pagando cioè la retta piena di circa 120 euro al giorno invece che i 47 euro (medi) dei posti convenzionati, dove gli altri 72 euro sono coperti dall’ente pubblico.

«La Provincia non vuole aumentare i posti letto nelle case di riposo ma noi non siamo d’accordo - afferma Francesca Parolari, presidente dell’Upipa, l’associazione delle Aziende pubbliche di servizi alla persona - Sempre più da noi arrivano anziani con problemi cognitivi, più che fisici o di deambulazione. Queste situazioni sono destinate ad aumentare, anche se la popolazione anziana non crescesse più tanto. Una recente ricerca spiega che, se ora si trovasse un farmaco per l’Alzheimer o per la demenza, il sistema sanitario italiano non sarebbe in grado di rispondere alla necessità di esami diagnostici per carenza di specialisti».

L’assessore provinciale Stefania Segnana sostiene che bisogna puntare di più sull’assistenza domiciliare e sulle coabitazioni (co-housing). «Stiamo lavorando in questo senso - sostiene Parolari - A Cavedine la Residenza Valle dei Laghi ha avviato attività formative sulla demenza senile, tanto che è diventato il primo Comune trentino “dementia friendly”. E ora lo stiamo facendo a Nomi (Parolari è anche presidente dell’Opera Romani di Nomi ndr). Sul coabitare, a Pergine, dove mi occupo di politiche giovanili (è direttrice di Asif ndr), stiamo sperimentando un co-housing intergenerazionale tra giovani e anziani. C’è l’esperienza importante della Sad, la Casa della Vela a Trento, e un’iniziativa della Fondazione Romani a Borgo Valsugana. Il domiciliare è importante, ma non alternativo al residenziale, come mostrano le esperienze europee più avanzate. Altrimenti arriva sul mercato il privato che può soddisfare solo la domanda dei ricchi».

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