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Una folla oggi al funerale

di "don Clic" Celestino Tomasi

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Una grande folla ha partecipato oggi pomeriggio nella parrocchiale di Seregnano, come si vede dalla foto di Paolo Pedrotti, al funerale di don Celestino Tomasi, 86 anni, sacerdote molto conosciuto e amato in Trentino.

Ha celebrato l’arcivescovo di Trento, don Lauro Tisi.

«Adesso tenterà di fotografare Dio». Lo chiamavano Don Clic. Non don Celestino Tomasi, ma don Clic. Un nome speciale per un prete speciale. Non migliore degli altri, ma diverso dagli altri. Negli ultimi cinquant’anni lo hanno visto dappertutto. Certe volte, si favoleggia, nello stesso momento... Ma don Clic non viaggiava in aereo: solo in automobile o in treno. «Aveva il terrore dell’aereo», rivela il nipote Luciano Tomasi.

Adorava il Festival dell’Economia, saltava da una conferenza all’altra con l’agilità di un ostacolista olimpionico. Sembrava che il Festival fosse per lui una specie di paradiso terrestre. Don Clic era eccentrico, generoso, carismatico. Non superficiale a dispetto delle apparenze. Di grande umanità. E diretto. E senza filtri, che per un fotografo vuole pur dire qualcosa.

Don Clic è morto mercoledì sera in casa - era molto tardi - a Trento.

Decimo di undici figli, era nato il 23 febbraio 1933 a Torchio di Civezzano e si era fatto prete nel 1960. Cinque mesi fa, il 4 marzo, è morta una delle sue sorelle, suor Assunta. Don Celestino, già molto malato, andò al funerale. «Ora starà facendo festa con Assunta», sussurra la nipote Bruna Tomasi. «E tenterà di fotografare Dio», sorride don Giulio Viviani, cerimoniere pontificio per 17 anni, oggi cerimoniere della Cattedrale di Trento e assistente diocesano dell’Azione Cattolica. «Don Celestino era il prete trentino più noto in Italia», dice don Viviani, scherzando ma non troppo. «Cercava di coniugare fede e cultura ed era un tipo... diciamo... eccentrico». Il 18 maggio 2000, al grande Giubileo dei preti, don Celestino ruppe il cerimoniale e arrivò fin davanti a papa Giovanni Paolo II. «Ricordo che aveva in mano un album di fotografie. La sicurezza venne colta di sorpresa, tutti si chiedevano chi fosse quell’uomo. Tranquilli! è un prete! riuscii a gridare, sennò chissà cosa sarebbe successo». Una volta a Loreto apparve magicamente alle spalle di un gruppo di cardinali, dove non avrebbe dovuto esserci nessuno. «Un giorno», ricomincia don Viviani, «volli fargli un piccolo scherzo e dissi a quelli della Gendarmeria Vaticana: fermatelo, mettetegli un po’ di paura... Quelli della Gendarmeria lo presero e lo portarono nel loro ufficio e lui, bel bello, esclamò: chiamate don Viviani, lui mi conosce! Perché don Celestino era così. E doveva avere una forza fisica enorme, tra l’altro: la mattina era a Trento e la sera a Roma. Ma come faceva!».

Don Marcello Farina ha la risposta: «Sembrava avere il dono dell’ubiquità». Don Celestino era sempre nel cuore delle manifestazioni, in prima fila alle conferenze. Voleva stare tra la persone. «S’interessava dei loro problemi. Non si tirava indietro».

Per l’arcivescovo emerito Luigi Bressan, don Celestino «aveva carisma. Era un prete particolare, generoso, che aveva a cuore i giovani».

«Te lo ritrovavi dove non avresti mai immaginato, come al Collettivo operai studenti», ricorda Piergiorgio Bortolotti, storica guida del Punto d’Incontro. «Erano gli anni Settanta: lui arrivava con la macchinetta fotografica, col registratorino, faceva il suo bell’intervento da prete vero, da credente, ascoltava e se ne andava. C’era anche ai campeggi della Pastorale del lavoro. Aveva una grande umanità. Era umile, sensibile, disponibile».

Don Celestino c’era sempre, taglia corto il fotografo Gianni Zotta. «Penso dormisse in macchina», ride. «Tra noi fotografi si diceva: guarda, el gira en francese. Cioè bluffa. Insomma: non può essere che fotografasse sempre, per davvero. Perché le pellicole costavano. Ma vorrei aggiungere una cosa. Nonostante fosse tollerato, per così dire, all’interno dell’apparato ecclesiastico, don Celestino aveva un certo spessore culturale». E un immenso archivio.

Sentite Diego Andreatta, direttore di Vita Trentina: «Avevo partecipato a una conferenza e registrato un intervento. Due mesi dopo mi accorgo di avere perso la registrazione. Cosa diamine aveva detto quel relatore? Ero disperato. Ma proprio in quei giorni, alla fine di una messa, incontro don Celestino: non è che per caso c’eri anche tu il tal giorno per quel tal intervento? gli chiedo. Lui estrae dalla borsa l’agendina tascabile, scritta fitta fitta, e fa un salto: sì! c’ero! esclama. Cinque giorni dopo venne in redazione: ecco la cassetta, mi disse, e l’appoggiò sul tavolo. Lo guardai stupito: sorrideva come un bambino. Aveva dipinta sul viso la gioia di essersi reso utile».

Don Luigi Facchinelli, per 13 anni parroco in Duomo, ricorda che don Celestino «c’era a tutti i funerali. Era un buon tipo, originale. Faceva il prete a modo suo». Don Renzo Caserotti, parroco del Sacro Cuore e di Sant’Antonio, conferma: «Era un mio parrocchiano ma lo vedevo solo a Pasqua e a Natale. Veniva per concelebrare».

«Don Celestino era dappertutto», interviene il consigliere provinciale Paolo Ghezzi. «Parlava dappertutto, autodefinendosi “don Rompi”. Ad ogni funerale, ad ogni conferenza. Registrava tutto. Il suo archivio di audiocassette dev’essere sterminato. Stava dalla parte dei poveri e dei deboli. Sferzava le ipocrisie ecclesiastiche. Diceva quel che aveva capito della vita, non faceva domande. Dovunque sia andato, continuerà a dire la sua».

«Gli dicevo per scherzo che era peggio di me», confida Caterina Dominici, ex consigliera provinciale. «Era dovunque ed era pieno d’idee. Pieno di proposte evangeliche da tradurre nella quotidianità. Era intransigente ma riusciva a perdonare. Prendeva coraggiosamente posizione. Sempre. Anche nei momenti più difficili. Coltivava i rapporti umani. La sua scomparsa lascia un vuoto. Lo conoscevo dall’inizio degli anni Ottanta, quand’ero preside al liceo Da Vinci».

«Ho conosciuto don Clic nel 1982 quando insegnava religione alle superiori, all’Istituto Tambosi per ragionieri», ricorda Alessandro Cagol, regista di eventi, dallo sport al Festival dell’economia. «Capii subito che era un prete fuori dal comune. Ogni volta che entrava in classe metteva in crisi tutti noi, sbarbatelli quindicenni, dicendoci: “Salve giovani, non vi disturbo più di tanto, feve le vose robe, preparéve ben le interogazion ma a una condizione: che mi diciate un pensiero, uno soltanto, della predica di domenica”. Nessuno, però, alzava la mano per “liberare” la classe. Così dopo qualche settimana ci organizzammo per seguire a turno, alla domenica, la messa e la predica in modo da poterci godere la libertà in classe!». Pochi mesi fa, sottolinea Cagol, in molti si sono accorti della sua assenza al Festival dell’Economia. «Nelle edizioni precedenti si alzava e incurante dei richiami pronunciava una sua frase tipica: “Un solo pensiero, il ringraziamento per quello che fate, soprattutto per i giovani, in un mondo difficile”. Questo diceva». Cagol chiude con un appello: «Se c’erano veramente i nastri nel suo registratore, e la pellicola - e poi le schede - nella macchina fotografica, Provincia e Curia si mettano d’accordo e vadano a Trento nei locali sotto la chiesa di San Pio X dove lui diceva di tenere l’archivio. Un patrimonio che non deve andare perduto».

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