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Anziani che si fratturano in casa

decine di casi al giorno

è un'emergenza sanitaria

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San Martino di Castrozza, 78 anni, caduta in casa. Riva del Garda, 91 anni, caduta in casa. Strembo, 79 anni, caduta in casa. Pergine, 84 anni, caduta in casa. Trento, 89 anni, caduta in casa e la lista continua con un’altra decina di interventi delle ambulanze chiamate a soccorrere persone più o meno anziane nelle loro abitazioni. Questo solo nella giornata di venerdì, ma i casi si ripetono ogni giorno. È una vera e propria emergenza quella delle cadute degli anziani. Lo sanno bene anche i familiari in quanto l’equilibrio instabile causa tassi di mortalità elevati e lunghissime degenze, nonché ingressi anticipati in residenze assistite.

Ma cosa si potrebbe fare per prevenire questa cadute e queste fratture? Luca Marega, ortopedico, è responsabile dell’unità operativa di ortopedia dell’ospedale S. Camillo di Trento.

«Qualcosa si può fare, ma non certo miracoli. Le cadute sono purtroppo fisiologiche negli anziani . Gli anziani cadono perché hanno un equilibrio precario, un minor tono muscolare e l’osteoporosi riduce la densità ossea e le cadute hanno quindi conseguenze più gravi. Purtroppo, sul fronte muscolare, non c’è molto da fare. Per prevenire si potrebbero utilizzare però alcuni accorgimenti in casa, come togliere tappeti nei quali gli anziani si possono inciampare oppure fili o altre cose che possono essere d’intralcio».

Il dottor Marega spiega che le fratture più frequenti sono quella al femore, ai polsi e alle vertebre e la più grave è quella al femore che, soprattutto tra gli ultraottantenni, a un anno di distanza registra anche un alto tasso di mortalità.

«In passato qualcuno proposte delle specie di bermuda imbottite per proteggere. Erano efficaci per attutire i colpi, ma poco tollerate dagli anziani».

Qualcosa di più sembra si possa fare per fronteggiare la fragilità ossea.

«Si può lavorare sul trattamento precoce dell’osteoporosi. Certo, anche in questo caso non si possono fare miracoli, ma soprattutto nelle donne, quando dopo la menopausa si accerta una diminuzione accelerata delle densità ossea, si può intervenire con degli integratori con vitamina D e sali di calcio, oppure con farmaci, la classe più diffusa è quella dei bifosfonati. Così si potrebbe arrivare a 75 anni, con una densità ossea meno compromessa. Purtroppo qualcosa che azzeri o riduca drasticamente gli incidente non c’è».

Il problema sono poi i tempi di recupero.

«Nella migliore delle ipotesi sono lunghi - conferma il dottor Marega - Poi dipende dalla fratture. Alcune sono trattabili con protesi e quindi più veloci. Le fratture più basse, non al collo del femore, si trattano con il chiodo, e in questo caso prima che le persone possono tornare a caricare il peso trascorrono due mesi. Purtroppo una percentuale non trascurabile non recupera più l’autonomia che aveva prima. Molti di questi anziani rimangono impauriti dopo il trauma e non si muovono più di casa».

Per diminuire la mortalità, in Trentino si è lavorato molto per abbassare i tempi degli interventi e, in caso di fratture al femore, portare il paziente in sala operatoria entro 48 ore.

«Ciò permette di ridurre notevolmente le complicanze. È importante operare subito e rimettere in piedi i pazienti il primo possibile. I colleghi hanno raggiunto traguardi importanti in questo».

Marega ammette che il nostro sistema sanitaria è molto efficiente nella prima fase, ossia nel soccorrere le persone e operarle, ma dove siamo più carenti è il dopo. Quando gli anziani non sono più autosufficienti o fanno fatica a recuperare la loro autonomia. Oggi tutta questo settore della vita è in mano alle famiglie, alle badanti e in parte all’assistenza domiciliare che però ancora poco riesce a fare per sollevare davvero le famiglie da carichi di assistenza a volte difficilmente gestibili.


La storia: "Se non c'è la badante, dormo in salotto per starle vicino

Vergognosa la mancanza delle istituzioni""

Riccardo Camertoni è uno dei tanti trentini che stanno vivendo sulla propria pelle, insieme alla sua famiglia, il problema degli anziani, delle cadute e della perdita di autosufficienza.
«Mi faccio meraviglia e mi sdegno, rispetto all’ insufficiente progettualità che la politica in questi anni ha attuato nei confronti dell’invecchiamento della popolazione, che in situazioni come queste nei confronti di persone incapaci di vestirsi, lavarsi cucinarsi, camminare per casa autonomamente senza cadere ha saputo attuare esigui aiuti, tra l’altro accessibili solo con burocrazie infinite», dice.

Parla per esperienza il signor Camertoni. «Per fortuna, nonostante le numerose difficoltà iniziali, mia madre è riuscita ad accettare la compagnia di una badante, il centro diurno, qualche ora di assistenza domiciliare e il fatto di avere a casa i figli qualche volta durante la settimana e nei weekend. Per quanto mi riguarda, passo la notte del sabato di turno dormendo in soggiorno con un materassino e il sacco a pelo per (giustamente) non utilizzare la stanza della badante».

L’uomo fa presente che da quando sua madre ha accettato di avere in casa la badante che l’assiste non è più caduta, non l’hanno più trovata a terra e dunque - fa notare - non ha più pesato sull’assistenza sanitaria pubblica.
«Per i minori costi che l’assistenza pubblica non sostiene da due anni, è sufficiente fare due calcoli su quali sono i costi giornalieri ospedalieri e clinici per i ricoveri da cadute degli anziani. Mi chiedo però cosa sia giusto fare quando ti senti negare per ben due volte l’indennità di accompagnamento nonostante debba essere accompagnata e cosa dovremo fare quando, a breve, non avremo più la possibilità di contribuire alle cospicue spese che si stanno sostenendo per garantirle sicurezza». Dunque il discorso del signor Camertoni è chiaro. Pagando personalmente una badante la sua mamma non pesa più sul bilancio della sanità pubblica (al momento) ma l’intero costo di questa operazione di “prevenzione” ricade praticamente quasi solo sulla famiglia. «Come dicevo sono cosciente che tanti di voi che leggono queste righe sono nella mia stessa situazione, ma ritengo che sia giunta l’ora di liberarsi dalla timidezza e di chiedere a gran voce molta più coscienza, più dignità e più rispetto per i nostri genitori e per noi stessi (un giorno toccherà a noi). Non so se i partiti che da pochi mesi ci stanno governando avranno la forza di impegnarsi investendo nel capitale umano di cui siamo circondati o se le note dei prossimi anni saranno ancora scandite dalla canzone finchè la barca va».

Una testimonianza che si aggiunge a tantissime altre. Pochi giorni fa, ad esempio, era giunta in redazione la lettera di un anziano professore, critico d’arte, che vive da solo in città assistito da una badante in quanto non vuole essere ricoverato in struttura. Fa però presente che ben presto non riuscirà più a pagarsi l’assistenza domiciliare con la sua pensione, pur avendo lavorato per una vita.

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