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Referendum per un Trentino "bio"

Sono necessarie 8mila firme

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Un'ape sorridente che si staglia sulla sagoma verde del Trentino. E una scritta: «Sì!». È il logo scelto dal Comitato che propone un referendum propositivo provinciale per trasformare il Trentino in un distretto biologico, ovvero un territorio che gradualmente viri con decisione alle produzioni biologiche, senza pesticidi e chimica nei campi, ma che guardi alla ruralità anche come forma di economia sociale, sostenibile. Un vero e proprio cambiamento culturale che coinvolge produttori, consumatori, cittadini, politica, turisti. Come, quando e con quanti passaggi attuare questa svolta lo dovranno eventualmente decidere giunta e consiglio provinciale con una legge. Prima, però, serve raccogliere ottomila firme per indire il referendum. Il quesito è stato consegnato dal Comitato promotore all'Ufficio di Presidenza del Consiglio provinciale, che nomina una commissione di tre esperti che ha tempo fino al 5 agosto per valutarne l'ammissibilità. Altri venti i giorni per eventuali contro-modifiche e poi 90 giorni per la raccolta firme. «Speriamo di poter chiamare i trentini alle urne nel 2020. Servirà che vada a votare almeno il 40% degli aventi diritto, ovvero 172.000 cittadini» spiega una delle rappresentanti del Comitato, Emma Di Girolamo, che sta seguendo l'iter amministrativo.

Il quesito referendario, al momento, sarebbe così posto: «Volete che il territorio agricolo della Provincia autonoma di Trento diventi un distretto biologico, per tutelare la salute, l'ambiente e la biodiversità, indirizzando la coltivazione, l'allevamento, la trasformazione, la preparazione alimentare e industriale dei prodotti con i sistemi di produzione biologici?» Ventisei i sottoscrittori della richiesta di referendum, tra i quali diversi noti esponenti dei Verdi, da Marco Boato a Lucia Coppola, da Aldo Pompermaier a Ruggero Pozzer, ma anche semplici cittadini e rappresentanti di comitati locali. Andreas Fernandez riassume gli obiettivi nella domanda che il cittadino della strada potrebbe porsi: «Perché un referendum per istituire un biodistretto agricolo in Trentino? Perché ce lo chiedono i cambiamenti climatici, ce lo chiedono i giovani di Fridays for future (il movimento di Greta Thunberg, ndr). Ci chiedono di agire, prima che sia troppo tardi. La nostra casa, che è il nostro pianeta, sta già bruciando. Non possiamo andare avanti facendo finta di niente. Seve subito qualcosa di concreto e possiamo essere un modello». Ana Maria Dallapiccola (origini trentino-romene) abita a Caldonazzo e ha due figli, di 4 e 9 anni: «Mi sono interessata ai problemi della chimica in agricoltura quando avevo il mio secondo figlio all'asilo nido. A Caldonazzo la monocoltura dei meleti penetra fino in paese. Quando portavo il piccolo all'asilo, alle 7.30, gli atomizzatori irroravano le coltivazioni fino a dieci metri dai bambini, che non potevano nemmeno fermarsi nel cortile». Situazione ben nota anche in diverse zone della Val di Non. Fabio Giuliani, di Mezzolombardo, ribadisce che «il biodistretto sarà inclusivo, coinvolgendo tutte le realtà produttive in un nuovo cammino. Non vogliamo contrapposizioni tra cittadini e agricoltori, o tra agricoltori bio e contadini tradizionali. Pensiamo che la montagna abbia futuro solo se impariamo a rispettare l'ambiente. La politica era immobile, il referendum per la riconversione biologica era la strada più breve». «Sfruttiamolo questo strumento del referendum propositivo ? ammonisce Franca Berger, esponente storica dei Verdi trentini ? perché ce l'abbiamo solo noi e Bolzano, grazie alle modifiche allo Statuto del 2003. I regolamenti comunitari e le leggi italiane vanno tutti verso un futuro biologico». Giuliano Pezzini, di Fondo, non ha dubbi: «Il biologico è un'assicurazione sull'economia agricola del futuro. Solo con la qualità e salubrità il piccolo Trentino potrà competere sui grandi mercati».

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