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Infiltrazioni mafiose in Trentino:

ecco gli affari della 'ndrangheta

fra trasporti, cave e porfido

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Testimonianze al vaglio della Guardia di Finanza e della magistratura segnalano che, fino a poche settimane fa, Cesare Muto, classe 1980 di Crotone, residente a Gualtieri in provincia di Reggio Emilia, con la sua ditta Overtruck & Logistic snc lavorava in Trentino, nel trasporto di inerti, sabbia, porfido. È stato più volte visto mentre trattava affari con interlocutori locali. All’alba del 25 giugno scorso, nell’ambito dell’operazione Grimilde, il maxi blitz della Polizia contro la ’ndrangheta in Emilia, Cesare Muto e suo fratello Antonio Muto, classe 1971 di Crotone, anch’egli residente in provincia di Reggio Emilia, già in carcere per la condanna nel processo Aemilia, sono finiti di nuovo nella lista dei 76 indagati, di cui 16 arrestati, per una serie di reati tra cui il trasferimento fraudolento di valori con l’aggravante mafiosa.

Se c’era bisogno di una conferma del fatto che nel nord del Paese, Trentino compreso, esiste una «mafia latente» che investe, fa operazioni finanziarie, conquista fette di mercato (l’Adige di ieri) è proprio la vicenda dei fratelli Muto. Che ha già incrociato il Trentino tra il 2009 e il 2011 per l’acquisizione e lo svuotamento di beni dell’azienda Marmirolo Porfidi, un crac da 9 milioni e mezzo di euro (vedi sotto), e lo incrocia di nuovo nella stessa operazione Grimilde, dove entra in ballo, tra le altre società, l’Immobiliare San Francisco di Reggio Emilia di cui era socio anche un altro pregiudicato, Michele Pugliese, a sua volta presente negli anni scorsi in società e attività economiche nel nostro territorio.

L’operazione Grimilde, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna, ha colpito in particolare persone che si ritiene facciano parte o siano collegate con il clan Grande Aracri, cosca della ’ndrangheta crotonese da tempo presente nell’Italia settentrionale e in particolare in Emilia. Ma la particolarità di questo blitz è anche che molti dei reati contestati sono di natura economica e finanziaria, aggravati dall’associazione mafiosa: dall’intestazione fittizia di beni al trasferimento fraudolento di valori. Comincia a riempirsi di riferimenti concreti, quindi, l’allarme della Direzione investigativa antimafia (Dia) che, nella sua relazione riferita al secondo semestre 2018 e riportata ieri dal nostro giornale, segnala che l’anno scorso in Trentino Alto Adige sono state registrate 1.050 operazioni finanziarie sospette, di cui 80 attinenti alla criminalità organizzata e 970 relative ai cosiddetti “reati spia”, come impiego di denaro, beni e utilità di provenienza illecita, usura, estorsione, danneggiamento seguito da incendio. Anche se va ricordato che nell’ambito della criminalità organizzata ci sono sia le mafie italiane che quelle straniere, più volte citate nella relazione della Dia.

Proprio in questi giorni l’Unità di informazione finanziaria, la struttura di intelligence della Banca d’Italia dedicata alla lotta al riciclaggio di denaro sporco, ha reso noto nella sua newsletter i dati degli Sos, segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio, nel primo semestre 2019. In Trentino, ai 678 Sos del 2018, se ne aggiungono altri 287 in sei mesi, in Alto Adige 373, per un totale regionale di 660 segnalazioni.
Il sodalizio ndranghetistico locale, si legge nell’ordinanza Grimilde del Tribunale di Bologna, presenta la fisionomia di una struttura criminale moderna con una dimensione prettamente affaristica. Il gruppo emiliano è risultato essere in rapporti con quei poteri (politica, informazione, forze dell’ordine) che ne dovrebbero contrastare l’esistenza. Si tratta di un’associazione arricchita dalla presenza di imprenditori mafiosi in grado di raffinare le strategie, aumentare la disponibilità di denaro, la potenza e finanche offrire alla congrega un vestito più presentabile in modo tale da potersi presentare in ambienti che in precedenza apparivano immuni.
Antonio e Cesare Muto, in particolare, sono accusati di aver fatto da prestanome e coperto esponenti delle ndrine nelle società C-Project srl di Reggio Emilia, che gestiva la discoteca Italghisa, e (solo Antonio Muto) Matilda srl di Quattro Castella (Reggio Emilia) e Monreale srl sempre di Quattro Castella, a cui faceva capo la discoteca Los Angeles. Nell’interrogatorio di garanzia del 29 giugno Antonio Muto, già in carcere perché condannato nel rito abbreviato e nel primo grado del processo Aemilia (vedi sotto) a un totale di 20 anni e 6 mesi, ha respinto le accuse sostenendo che la discoteca Italghisa era effettivamente gestita da lui e dal fratello Cesare.

Nell’ordinanza dell’operazione Grimilde spicca la varietà delle attività economiche in cui l’accusa ipotizza che vengano reinvestiti proventi dell’attività criminale: l’edilizia e le cave ci sono ancora, ma sempre più si parla di locali, bar, discoteche, catering. Varia e anche complessa è inoltre la gamma di operazioni e di reati finanziari. Si indaga su contratti di credito al consumo, leasing, uso di carte prepagate, su truffe a enti pubblici relative anche a fondi europei. E i fratelli Muto spuntano qua e là in alcune di queste operazioni. Come ad esempio i bonifici alla Muto Logistica e Trasporti srl da parte della società Riso Roncaia spa, quella della truffa aggravata per conseguire contributi europei.
O come l’Immobiliare San Francisco srl di Reggio Emilia, costituita nel 2006 - pare che il nome faccia riferimento ad un Francesco della famiglia Grande Aracri - da quattro persone tra cui Antonio Muto e Michele Pugliese, che nell’ordinanza viene definito «pluripregiudicato, condannato per associazione di stampo mafioso e altro con sentenza della Corte di assise di Catanzaro irrevocabile il 20 giugno 2014». Negli stessi anni Pugliese era socio al 30% della società Il Muretto srl che gestiva un bar a Mezzolombardo. Il 20 novembre 2009 la Procura della Repubblica di Catanzaro-Direzione distrettuale antimafia disponeva il sequestro preventivo d’urgenza della quota di Pugliese ne Il Muretto.

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