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‘Ndrangheta in Trentino

squadra speciale indaga

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Nessun territorio può chiamarsi fuori, ritenersi immune, perché la criminalità organizzata non ha confini, è globale, segue l’odore del danaro. È ovunque. E la zona grigia, quella della «borghesia mafiosa», quella degli «uomini cerniera», come li definisce il questore di Trento, Giuseppe Garramone, è la più pericolosa, la più difficile da indagare. Quando Alberto Faustini, il direttore dell’Adige chiamato a moderare il convegno «’ndrangheta e rischi di infiltrazione nelle economie» promosso dal questore all’Auditorium Prodi del Dipartimento di lettere e filosofia, chiede a bruciapelo «Sono già qui?», gli risponde capo della procura di Trento, Sandro Raimondi: «Mai abbassare la guardia». E merito del convegno è proprio questo: invitare a non abbassare l’asticella della vigilanza.

Del resto, che siano “già qui” lo aveva già messo nero su bianco la relazione della Commissione antimafia per il 2018, focalizzando l’attenzione, per il nostro territorio, su «gruppi criminali, in particolar modo la ’ndrangheta» che «mantengono un basso profilo per non attirare l’attenzione e per investire capitali». Gruppi che contano su «persone in relazione con le cosche autori di reati economico-finanziari, come la bancarotta fraudolenta nei settore dell’edilizia e dello sfruttamento delle cave di porfido, di truffe e di sfruttamento illegale della manodopera». A proposito di cave, ’nadrangheta e indagini attorno al mondo del porfido, dopo i casi di pestaggio ed estorsione, diventati oggetto di cronaca e sentenza penale, a margine del convegno trapela che nei prossimi mesi ci saranno novità e che vicende che parevano archiviate avranno invece sviluppi clamorosi. Staremo a vedere.

Gli «uomini cerniera» sono quelli del basso profilo. «Quelli» spiega il questore Garramone «che mettono in contatto andrine ed economia legale. Consulenti, uomini di banca, imprenditori: faccendieri che sono la faccia pulita delle mafie». È grazie a questa zona grigia che oggi  la ’ndrangheta, aggiunge Garramone rivolgendosi ad una sala attenta, dal prefetto Sandro Lombardi ai rappresentanti di tutte le forze dell’ordine, ai massimi livelli «dalla regione più povera d’Europa è diventata la mafia più ricca del mondo, con oltre 44 miliardi di euro annuo di fatturato, di cui la droga vale il 62%. Organizzazione duttile e rigida, unica mafia veramente globalizzata, più impermabile di Cosa Nostra».

La nuova frontiera indicata dal questore, anche attraverso la individuazione di nuovi modelli di reato, è da un lato quella dei rapporti tra mafia e pubblica amministrazione e, dall’altro, quella del blocco dei tentativi di inserimento in aree tradizionalmente non infiltrate. Il procuratore Raimondi suggerisce: «Se la criminalità è organizzata, la procura deve organizzarsi meglio». Lo dice ricordando il recente protocollo firmato con l’Università di Trento («il primo in Italia») che garantirà, incrociando i dati, anche «l’applicazione degli algoritmi nella fase calda delle indagini preliminari. È una scommessa» sostiene Raimondi «ma a me piace vincere, non perdere le cause». Il procuratore di Trento spiega che «l’attività, anche attraverso squadre di indagine specializzate, servirà a cogliere l’”anomalia”, le situazioni che nascondono illeciti, criticità, reati».

Quello di Roberto Pennisi, sostituto procuratore della Dia (Direzione nazionale antimafia) è l’intervento più atteso. E Pennisi non delude. Prima provoca: «E se vi dicessi che la mafia non esiste?». Lo dice per spiegare, citazione di atti di indagine alla mano, che «la mafia non esiste, perché non è mai la stessa cosa. Per questo dura». Bene esserne consapevoli: «Bisogna conoscere il nemico per combatterlo». Conoscere vuol dire - e qui Pennisi butta brutalmente la realtà in faccia ai presenti - che «oggi non è la mafia che cerca l’economia. È l’economia che cerca la criminalità organizzata. È l’economia che ha bisogno della mafia. Come accadde negli anni 80 e 90, quando erano le imprese del polo chimico del nord Italia ad affidarsi ai casalesi per liberarsi dei rifiuti. Utilizzavano gli uomini della mafia casalese per risparmiare e guadagnare di più. Vi dico» aggiunge Pennisi «che infiltrata è anche la magistratura, se è vero che appartententi al Csm erano corrotti». Pennisi definisce la corruzione «lo strumento principe del crimine organizzato».

È dal «triangolo maledetto» crimine organizzato-corruzione-riciclaggio che si deve partire, per non limitarsi a «mandare in galera gli straccioni e lasciare libero di agire chi regge le sorti dell’economia e della finanza». Analisi che inquieta: «Dall’alto, dall’Europa» dice l’uomo dell’antimafia «arrivano direttive che impongono alle banche regole sulla concessione dei crediti che lasciano spazio a chi usa il danaro con meccanismi diversi. Il cittadino sia consapevole che quello che riteneva un amico, oggi può non essere un amico». La «zona grigia», appunto.

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