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Il padre va a processo

perché il figlio «marina»

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È finito nei guai per colpa del figlio discolo che di studiare non aveva proprio voglia. La disavventura giudiziaria di un padre di famiglia di origine sinta è però finita bene, con un’assoluzione da parte del giudice di pace «perché il fatto non costituisce reato».

Il genitore si è trovato sul groppone una denuncia per violazione dell’articolo 731 del codice penale con l’accusa, testuale, di «aver omesso senza giusto motivo, in qualità di genitore, di fare impartire al figlio l’istruzione scolastica secondaria di primo grado non facendogli frequentare la scuola dell’obbligo». Un reato, si badi bene, che è punito con un’ammenda di 30 euro ma che rimane pur sempre un macigno che sporca la fedina penale. E per un sinto significa avere guai a prescindere visto che i pregiudizi, specie nella pubblica amministrazione, sono all’ordine del giorno.

In tribunale il malcapitato papà ci è finito per una serie di controlli degli assistenti sociali che hanno annotato le persistenti assenze da scuola dell’adolescente. Quelle annotazioni sul registro sono poi finite in procura che ha caricato il peso della presunta negligenza sulla patria potestà. E qui è iniziato il calvario dell’uomo che, a dirla tutta, ci teneva davvero ad avere un figlio «studiato» visto che lui non ha mai avuto la possibilità di emanciparsi culturalmente. Per questo ha sempre spronato il «bocia» a portare a casa il diploma, quel pezzo di carta che lo avrebbe reso uguale agli altri.

La burocrazia e l’ottusità dei «gage», però, ha tirato per i capelli una storia che il buonsenso avrebbe liquidato in cinque minuti. Ma questa è l’Italia e un colpevole - ancorché da punire con 30 euro - andava trovato a tutti i costi. La giustizia, per fortuna, ha dimostrato di essere effettivamente giusta e infatti ha assolto l’imputato perché, grazie ad una recente sentenza della corte di cassazione, l’obbligo di mandare i figli a scuola vale solo fino alla quinta elementare. Le medie, per capirci, rimangono obbligatorie ma i genitori sono dispensati dallo svolgere il ruolo di cane da guardia dei pargoli. Anche in questo caso, ovviamente, verrebbe facile bastonare l’italica gestione amministrativa (c’è l’obbligo oppure no?) ma in un Paese in cui l’arte di arrangiarsi ha preso il posto della Costituzione tutto è possibile.

La contestazione al padre, comunque, riguardava un intero anno scolastico in cui il ragazzino avrà frequentato sì e no una decina di lezioni. Le continue assenze, tra l’altro, hanno scatenato la ricerca spasmodica del fuggitivo senza fortuna. Di qui la denuncia al capofamiglia che, nel corso delle varie udienze (prima che il giudice di pace Paola Facchini mettesse a sentenza il pronunciamento della suprema corte), ha trovato il sostegno degli insegnanti e dei compagni di classe del figlio, tutti d’accordo nel riferire ai magistrati che il «mariuolo» di starsene seduto al banco proprio non aveva voglia. Ed è pure emerso che il papà in più di un’occasione ha girovagato per la città alla ricerca del discolo e una volta tornato a casa ha fatto pressioni affinché l’erede si impegnasse per ultimare gli studi. Insomma, una condotta esemplare, da buon padre di famiglia, tarpata dall’esuberanza adolescenziale e non certo da incuria familiare. Aspetti, questi, che il giudice ha sottolineato in sentenza assolvendo il genitore.

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