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Droga, carcere non serve

Costa di più, funziona meno

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Per i detenuti tossicodipendenti il carcere è poco utile, molto più efficace (ed economico per l'ente pubblico) è la concessione di una misura alternativa alla detenzione come l'affidamento ad una comunità terapeutica. La conferma viene da una ricerca, unica nel suo genere, presentata ieri mattina al 7° Convegno giuridico distrettuale dall'avvocato penalista e assegnista di ricerca dell'Università di Trento, Francesca Pesce. La ricercatrice ha analizzato tutti i soggetti con diagnosi di tossicodipendenza condannati con sentenza definitiva che abbiano iniziato e concluso il percorso della misura alternativa o l'espiazione della pena detentiva a Trento tra il 2008 e il 2015 (ma il lavoro prosegue con l'analisi dei dati anche per 2016 e 2017). La ricerca è stata finanziata dall'Ordine degli avvocati di Trento, Università di Trento, Fondazione Tommasini Bisia e Dipartimento salute della Provincia. L'avvocato Pesce ha applicato il metodo dell'analisi economica del diritto penale. «L'obiettivo - spiega - è fornire strumenti di valutazione delle norme, che permettano di comprendere come investire in modo razionale ed efficiente le risorse statali, allocandole in modo coerente all'obiettivo di massimizzare il benessere collettivo, nel rispetto e tutela dei diritti fondamentali dell'uomo».  

La mole di dati raccolti è imponente, qui non possiamo che citare i principali. In generale emerge che i detenuti affidati alle comunità terapeutiche hanno meno probabilità di ricadere nella tossicodipendenza rispetto a chi ha espiato la pena in carcere. Inoltre una volta fuori dal carcere, l'ex detenuto è più soggetto a recidiva criminale: non curato a dovere, con buona probabilità tornerà in fretta a delinquere (e quindi dietro le sbarre). 

La ricercatrice ha scoperto che delle 129 persone che avevano beneficiato di misure alternative sottoposte a test tossicomanico, il 62% aveva avuto una ricaduta (cioè era tornato a drogarsi), mentre il 38% non ha recidivato. Molto peggio è andata a chi ha espiato la pena in cella: dei 274 detenuti con diagnosi di tossicodipendenza (dunque malati) 193 sono drop out , cioè non si hanno notizie successive alla scarcerazione. I rimanenti 81 detenuti hanno effettuato un test tossicomanico dopo la scarcerazione che è risultato positivo (cioè ricaduta tossicomanica) per ben l'83,5% (+ 21,5% rispetto a chi ha beneficiato di una misura alternativa) e negativo per solo il 16,5%. In pratica, usciti dal carcere più di 8 detenuti su 10 ci ricadono.  

Interessanti sono anche i dati sulla recidiva criminale dei tossicodipendenti, cioè su chi torna a delinquere. Ancora una volta i risultati migliori - sotto il profilo della valenza rieducativa della pena - li ottengono coloro che avevano ottenuto l'affidamento in comunità. «Delle 189 persone che hanno beneficiato di una misura alternativa - sottolinea l'avvocato Pesce - ben l'80,95% non ha reiterato la condotta criminale e solo il 19% ha commesso un ulteriore reato dopo la fine della misura». La recidiva criminale dei detenuti tossicodipendenti si attesta invece intorno al 70%, cioè 7 su 10 tornano rapidamente a delinquere.
Rilevante è anche il dato relativo alla tenuta media del periodo drug free , cioè per quanto tempo il soggetto è libero dalla tossicodipendenza e dunque non rappresenta un pericolo per sé e per la comunità: il periodo drug free medio per chi è stato affidato ad una comunità terapeutica è di 434 giorni contro appena 68 giorni di chi è entrato in comunità in modo volontario e autonomo. Chi è rimasto in carcere ha un periodo libero dalle droghe di 345 giorni, ma questo risultato è ottenuto con un investimento di tempo pari a più doppio (826 giorni contro i 410 delle misure alternative). Ricordiamo inoltre che un detenuto in cella costa alla società circa 150 euro al giorno, il doppio di quanto si spende per curarlo in comunità. Per la collettività, in questo caso l'assessore alla salute Luca Zeni, la ricerca costituisce una preziosa bussola per allocare al meglio le risorse disponibili.

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