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Sono definitive le condanne

sulla maxitruffa dei diamanti

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Il «bidone», su una presunta miniera di diamanti ed altri improbabili investimenti, c’era e di dimensioni colossali. La conferma viene dalla Cassazione che, respingendo i ricorsi dei quattro imputati condannati in primo e secondo grado, ha fatto diventare definitive le pene inflitte per complessivi 18 anni di carcere. Per  i numerosissimi  investitori danneggiati - circa 250 risparmiatori in gran parte trentini con prevalenza di Rotaliana e Val di Non - la notizia è positiva, ma rischia di essere effimera. Recuperare, attraverso un separato giudizio civile, la montagna di soldi bruciata sarà molto difficile. Le parti civili costituite nel procedimento penale erano circa 150 per complessivi 10 milioni di euro di danni.

La Cassazione ha confermato le pene inflitte dal Tribunale e confermate in appello: 6 anni di reclusione a carico di Claudio De Giorgi (nato in Svizzera ma residente in provincia di Sondrio) e Raulo Giovannoni (toscano ma in passato residente a Ravina); e a 3 anni di reclusione per Gianpietro Magagni (persona nota prima come sindaco di Faedo e poi come ex funzionario di Confindustria a Trento) e Ruggero Dallaserra (trentino con un passato da ragioniere commercialista e contabile). Erano invece da tempo  uscite dal processo, visto che la loro assoluzione in primo grado non è stata impugnata, altre due posizioni: un imprenditore edile della val di Non e una donna di Avio.

La fiducia era uno dei capisaldi della truffa. Le vendite spesso avvenivano coinvolgendo amici e parenti (e questo spiega l’estensione della truffa) in un affare che in molti credevano buono, con presunti rendimenti del 6% il primo anno, 8% il secondo, addirittura 10% dal terzo in avanti. I venditori erano spesso persone conosciute nella comunità e stimate, agivano forse convinti che il prodotto fosse buono.
Agli acquirenti veniva prospettato l’acquisto di pacchetti azionari di società che operavano nei campi più diversi: le valute, le miniere in Africa, persino i topicidi. Ma di oro e diamanti non se ne sono visti.

All’inizio gli interessi promessi venivano effettivamente liquidati consolidando così la fiducia (cieca) e l’appetito dei risparmiatori. C’è chi ci metteva «solo» 5.000 euro, chi puntava molte decine di migliaia di euro. Il problema è che i dividendi pagati all’inizio non erano gli utili prodotti dalle società, ma denaro di altri risparmiatori. E infatti il sistema alla fine è imploso bruciando un’enorme quantità di soldi. Solo una parte degli investitori scottati si decise a presentare querela nella speranza di recuperare una parte del denaro perso.

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