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Marco Quarta, 30 anni

è la condanna definitiva

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Nella foto combo, Marco Quarta e Carmela Morlino

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A Roma sono le 20 e 50 quando il presidente della Prima sezione penale della Corte di Cassazione legge la sentenza a carico dell'imputato Quarta Marco, accusato di omicidio volontario pluriaggravato. Il ricorso della difesa viene rigettato. La pena a 30 anni di reclusione, inflitta in primo grado e confermata in appello, diventa definitiva. La sentenza spegne le ultime, flebili, speranze coltivate dall'uomo che il 12 marzo del 2015, a Zivignago, uccise a coltellate la moglie Carmela Morlino. Un delitto terribile, commesso davanti ai due figli della coppia. Un delitto che oggi possiamo dire fu volontario, premeditato, crudele e compiuto con lucidità. La tesi della semi-infernità di mente su cui puntava la difesa non è passata neppure in Cassazione. A due anni e mezzo dall'uxoricidio la giustizia ha dunque fatto il suo corso.  

Ieri la difesa, sostenuta dagli avvocati Luca Pontalti e Alessandro Meregalli, si è giocata le ultime carte. Va detto che i legali dell'imputato non avevano «briscole» da calare nell'ultima, decisiva «partita» di fronte alla Suprema corte. Come in primo e secondo grado, la difesa ha battuto sulla necessità di eseguire una perizia psichiatrica per verificare lo stato di salute mentale di Quarta quando uccise la moglie. Secondo la difesa, l'imputato sarebbe «affetto da una psicopatologia che può aver riverberato i suoi effetti sulla causazione del delitto». Questo convincimento deriva dalle due consulenze, affidate allo psichiatra Ezio Bincoletto, depositate dalla stessa difesa. Ma per quanto si tratti di elaborati ben argomentati, sono appunto consulenze di parte. «Solo una perizia - sottolineva la difesa - avrebbe avuto, unica, il valore legale di prova». Secondo i legali di Quarta il tema psichiatrico non sarebbe stato approfondito, pur essendo centrale: «Si badi: - hanno detto i difensori- eliminare le contraddizioni non vuol necessariamente obliterare la tesi difensiva della parziale infermità di Quarta, ma pervenire ad una soluzione univoca, nell'un verso ovvero nell'altro, sulla base di un effettivo paradigma medico». 

Il secondo motivo posto a fondamento del ricorso per Cassazione era relativo alla premeditazione. Secondo i difensori, la Corte d'appello avrebbe fondato la sussistenza dell'aggravante non sulla base di elementi di fatto, ma solo smentendo le argomentazioni difensive. «Eppure - hanno scritto Pontalti e Meregalli - a tutto voler concedere, gli unici due dati positivi penalmente apprezzabili sono da una parte la presenza di un coltello e di una roncola nelle tasche di Quarta ed il fatto che sembra abbia organizzato un agguato». Infine i legali contestavano anche l'aggravante dell'aver agito con crudeltà.  

La Suprema corte ha condiviso invece la lettura data dalla procura generale e dalle agguerrite parti civili (gli avvocati Elena Biaggioni per i figli minorenni di Carmela Morlino, ora affidati ai nonni materni; Andrea de Bertolini e Alberto San Just per i genitori della vittima) che ieri sono tornati a chiedere la conferma della sentenza di condanna a 30 anni di reclusione. Secondo l'avvocato de Bertolini ad armare di un coltellaccio la mano di Quarta non fu la presunta malattia mentale, ma un piano preparato e covato nella rabbia, per riprendersi i figli anche a costo di uccidere l'ex moglie. Una sorta di conteggio alla rovescia, innescato dalla comunicazione della separazione con l'addio ai figli, durato una dozzina di giorni durante i quali l'imputato acquistò il coltello usato per massacrare. Quella notte a Zivignago in pochi secondi Quarta distrusse o sconvolse le vite di un'intera famiglia: la moglie Carmela, uccisa; i figli, condannati ad una vita senza genitori; Quarta stesso, che uscirà dal carcere quando avrà oltre 60 anni.

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