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Obbligo scuola-lavoro

Le critiche dei professori

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La chiamano «alternanza scuola-lavoro»: sono 200 ore nei licei e 400 negli istituti tecnici e professionali che gli studenti del triennio dovrebbero trascorrere con tirocini formativi. Sulla carta la prospettiva sembra interessante, ma nella pratica l'ultima novità partorita dalla cosiddetta «Buona Scuola» non convince chi nelle classi lavora, i docenti.

Il motivo è presto detto: così come è stata voluta dal governo Renzi e sposata da Ugo Rossi, rischia di essere l'ennesima occasione mancata che non darà ai ragazzi alcuna reale qualifica spendibile sul mercato del lavoro penalizzando la loro formazione scolastica a cui tutte quelle ore vengono sottratte. Così non sorprende se i prof sono scesi sul piede di guerra. La protesta è partita dal liceo scientifico Da Vinci dove 72 docenti, cioè la maggioranza assoluta degli insegnanti, hanno firmato un documento di ragionato, ma fermo dissenso sull'alternanza scuola-lavoro.

«Esprimiamo - si legge nella nota - con forza la nostra contrarietà rispetto alla ratio ed all'intero impianto della legge e quindi anche al suo recepimento e rifiutiamo ogni forma di collaborazione alla sua attuazione». Dunque i firmatari sono pronti a "boicottare" una riforma che ritengono dannosa in primis per gli stessi studenti. Il risultato è che al termine di un burrascoso collegio docenti la dirigente del Da Vinci, Valentina Zanolla, ha dovuto "congelare" il progetto riconvocando i docenti per la prossima settimana.

Perché mai tanta ostilità? Il punto è che, come sottolineava sull'Adige anche l'ex dirigente del «Da Vinci» Alberto Tomasi, così com'è la riforma è velleitaria. Vediamo però alcune delle critiche avanzate dai 72 docenti "ribelli" del principale liceo cittadino.

L'alternanza in realtà mira a «snaturare l'impostazione liceale, che non è quella di avviare alla professione, ma di dare agli alunni gli strumenti per diventare cittadini istruiti e consapevoli»; «snaturare la funzione docente, che rischia di essere ridotta a puro compito di tutoraggio/monitoraggio»; «proporre esperienze che forniscono competenze già obsolete in un mercato del lavoro in continuo e veloce cambiamento, impoverendo l'insegnamento disciplinare»; «consentire, soprattutto attraverso la costituzione del Comitato scientifico, il condizionamento da parte di soggetti privati della didattica e dell'organizzazione della scuola pubblica»; infine «subordinare l'attività scolastica alle esigenze della realtà aziendale e produttiva, spesso interessata ad impiegare lavoratori precari e a basso costo e dunque anche a diffondere il modello della precarietà contrattuale».

I firmatari pongono anche dei dubbi sull'effettiva applicabilità della norma. Il rischio è che pur di assolvere all'obbligo si attivino per un monte ore molto considerevole tirocini inutili o tirocini simulati in classe di scarso beneficio per lo studente e costosi per le scuole. «Visto l'elevato numero di studenti coinvolti - si legge nel documento - come potrà il territorio assorbire tutte le richieste delle istituzioni scolastiche e come si potrà garantire in modo uguale qualità del progetto, coerenza rispetto all'indirizzo di studio e correttezza della valutazione, che incide sulla valutazione dell'esame di Stato?

Infine «visto che il monte ore previsto incide in maniera anche quantitativamente significativa sulle attività didattiche programmate, come potrà essere garantita un'adeguata preparazione degli alunni all'esame di Stato e la libera programmazione didattica degli insegnamenti disciplinari?»

Queste le domande poste dai 72 prof del Da Vinci, ma la protesta potrebbe allargarsi. Contatti sono stati avviati anche con i colleghi dei licei Prati e Galilei e con il Rosmini di Rovereto: l'obiettivo è far circolare e crescere le ragioni della protesta.

Il presidente della Provincia, Ugo Rossi, in una intervista al'Adige, non lascia molti margini di manovra: «La Buona scuola ormai è legge e va recepita anche in Trentino. Gli insegnanti devono guardare avanti».

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